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Giornata della Memoria, Menna: “Siate candele accese e vive della memoria”

Nella Giornata della Memoria, queste le parole del Sindaco di Vasto Francesco Menna.

“Rivolgo un caloroso saluto alle Autorità Civili e Militari, agli amici dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, agli aderenti alle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, ai Dirigenti Scolastici e ai Docenti, e particolarmente, ai giovani delle nostre scuole.

Cari concittadini, non siamo qui, oggi, per assolvere al rito di un giorno, con la fretta di buttarci tutto questo carico di tristezza alle spalle.
Siamo piuttosto riuniti nel nome di tante sorelle e tanti fratelli che sono morti, dopo aver patito sofferenze assurde, condannati dal fatto stesso di vivere.

Settantacinque anni fa il campo di concentramento di Auschwitz veniva liberato.

La grande distanza temporale da quell’evento non ne ha, tuttavia, ridotto il carico di orrore, difficilmente spiegabile a parole, che ciascuno di noi, ancora oggi ed essendone depositario per la forza dei testimoni, avverte come una terribile vergogna dell’intero genere umano: fu il drammatico svelarsi di uno sterminio abbominevole che sembrava essersi svolto nel silenzio del mondo…o nell’indifferenza di un mondo in guerra.

Nel cuore dell’Europa – questo straordinario continente che – dopo quei fatti, coraggiosamente, ha scelto di riannodare i fili della storia e di unirsi per vivere un comune progresso di pace e di diritti – Auschwitz è stato spesso definito come l’inferno in terra. Unica è, infatti, la brutalità e la perversione che ne fecero un ‘sistema letale di annientamento’ in grado di distruggere milioni di vite umane.

La sua attività, nel cuore stesso della plurisecolare avanzata civiltà europea, fu possibile solo grazie a quello che fu, a ragione, definito “l’inumano cementarsi di odio ed indifferenza”.

“Auschwitz, evento drammaticamente reale, rimane, oltre la storia e il suo tempo, simbolo del male assoluto” ha detto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Quel male che alberga nascosto, come un virus micidiale, nei bassifondi della società, nelle pieghe occulte di ideologie, nel buio accecante degli stereotipi e dei pregiudizi. Pronto a risvegliarsi, a colpire, a contagiare, appena se ne ripresentino le condizioni.”

Un monito che vogliamo raccogliere e fare nostro, per educarci ad indagare la profondità della nostra stessa natura, e a ripudiare – e contrastare – ogni forma disumanizzante di prevaricazione e violenza.

Anzitutto, la Shoah non è un portato del caso: come tutti gli eventi umani ha avuto una lunga fase preparatoria in cui radicate ideologie nazionaliste avevano promosso atroci dottrine di superiorità di alcune razze sulle altre; ideologie che erano, poi, state fissate negli ordinamenti legislativi statali: è il caso delle leggi razziali che, nel 1938, furono adottate dalla dittatura fascista nel nostro Paese.

Ma esse non vennero imposte tutt’a un tratto o di nascosto: e dobbiamo riflettere su questo. Quando bambini ebrei, studenti italiani come gli altri, furono costretti, in forza di quelle norme, ad abbandonare le scuole, vennero circondati – salvo nobili eccezioni – da un muro di indifferenza, incapace di esprimere iniziative collettive di solidale dissenso che contrastassero efficacemente quelle scelte.

La stessa indifferenza che noi, oggi, sperimentiamo: quando non prendiamo una posizione; quando lasciamo che altri decidano per noi; quando arriviamo a credere che la vita di chi ci sta di fronte non ci interessi…ogni qual volta cerchiamo giustificazioni ad azioni moralmente ingiuste.

“L’indifferenza è più grave della violenza” è uno dei tanti messaggi che Liliana Segre – senatrice a vita e, da qualche mese, nostra concittadina – rivolge, ormai da decenni, in particolare ai più giovani. Lei si dice preoccupata del rinvigorirsi di forme di odio razziale, di fascismi e di una cultura del qualunquismo, per la quale i valori condivisi, la memoria di altri esseri umani passati su questa terra prima di noi, diventano ‘intralci’ sulla strada del successo e del futuro.

Nulla di più sbagliato, cari concittadini: l’unica strada per costruire la speranza di un avvenire possibile è non smettere, mai, di sentirci parte dell’unica grande famiglia umana, consapevole della propria storia, delle proprie conquiste e delle proprie cadute, ma soprattutto vigile nel non ripiombare in quell’oscurità che peserà per sempre come un macigno… e perché non si dica “di nuovo”.

Ciò che vogliamo fare, oggi e sempre, è ricordare per non dire “di nuovo”.

Vorrei, infine, rivolgermi a Voi, ragazze e ragazzi, e riflettere insieme su una parola dal significato dirompente: ricordare.

Il verbo ricordare deriva dal latino “recordari” e significa “richiamare al cuore”. Nell’antichità, infatti, si pensava che il cuore fosse la sede della memoria: i nostri sensi ci permettono di accumulare un patrimonio inestimabile di esperienze che formano, a poco a poco, l’intera nostra esistenza, ciò che siamo nel cammino della vita.

Allora è necessario domandarci: come poter ricordare, nella sua drammatica portata, un evento così complesso, se i pochi testimoni superstiti ci stanno lasciando? In definitiva, come sarà possibile testimoniare quelle vicende senza la forza di chi le ha vissute direttamente sulla propria pelle?

È la stessa Liliana Segre a dircelo con queste parole che desidero affidare a ciascuno di Voi: “Spesso mi chiedo cosa resterà di anni trascorsi a dare testimonianza nelle scuole. Ai ragazzi dico: “Se uno di voi si ricorderà di me quando non ci sarò più, sarò già felice”. Mi basta anche solo un ragazzo, perché a sua volta seminerà altra memoria. Io le chiamo ‘le candele della memoria’. Perché più i giovani avranno ascoltato una testimonianza dalla viva voce di chi l’ha vissuta, più potranno contrastare le tesi di chi racconta che la Shoah non è esistita. Noi testimoni dobbiamo seminare fino all’ultimo i ricordi, sperando che le generazioni continuino a trasmettere a loro volta ciò che hanno ascoltato da noi.”
Cari ragazzi, siate candele accese e vive della memoria ogni giorno del vostro cammino!

Grazie.

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