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Le fatiche del contadino nei ricordi di Zì Andrè

Si potrebbe pensare che ortolani e contadini svolgano all’incirca le stesse attività. Non è così. L’orticoltura si basa sulla coltivazione di prodotti diversificati e interessa piccole estensioni territoriali; per la buona crescita delle piantine le è necessaria una grande quantità d’acqua. Non a caso, prima a Vasto gli orti si trovavano tutti vicino alle peschiere, utili anche per lavare le verdure prima di portarle al mercato. Gli ortolani vastesi, tenevano a precisare che la loro attività era differente rispetto a quella contadina. Dicevano scherzando, che i contadini erano più liberi di loro perché avevano solo tre grandi raccolti all’anno; uva, olive e grano e per tutto il tempo restante non dovevano far altro che svolgere aratura e potatura, mentre il loro mestiere richiedeva cura costante e si articolava anche nella vendita di mercato. In realtà, anche il contadino aveva un gran daffare per tutto l’anno: è sostanzialmente vero che egli praticava principalmente solo le colture della vite, dell’olivo e del grano,ma doveva gestire la cura e la raccolta di grandi appezzamenti terrieri, per cui per ciascuno di questi prodotti impiegava molto tempo, e necessitava di manodopera aggiuntiva, che di solito era rappresentata da altri contadini vicini, ai quali si restituiva l’aiuto prestato. Inoltre, allevava animali da cortile, pecore e maiali e faceva l’orto per le esigenze della famiglia, la quale doveva sopravvivere con il ricavato dei grandi raccolti e con i prodotti ortofrutticoli. Il contadino doveva lavorare sodo esponendosi ai rigori dell’inverno e alla cocente calura estiva e non conosceva riposo settimanale. Andrea Zappacosta, contadino che vive nella contrada Cupa, chiamato con affetto e rispetto Zì André, conosce bene la fatica del suo lavoro, ma sa anche come smorzarla. Mentre si lavora, infatti, è una grande fonte di allegria per sé e per i suoi compagni perché è bravissimo a raccontare fatterelli e barzellette. Una vita passata nei campi, poi, è una ricchezza inesauribile di episodi divertenti, come quello che ci racconta: − Alla fine degli anni Sessanta, quando fu inventata la mietilega, una macchina che mieteva e legava i mannelli in automatico, mi misi in società con Minnucce, un contadino che l’aveva comprata. Io guidavo il trattore a cui era attaccata la mietilega e lui sedeva sul seggiolino della macchina. Così andavamo a mietere per tutta la zona. Un giorno, stavamo mietendo a Pagliarelli, in un campo dove c’era un piede di pere carico carico: io passando vicino alla pianta prima della macchina, avevo colto le pere per mangiarle, e per dispetto gettavo i piccioli dietro il trattore, verso Minnucce. Minnucce si arrabbiava con me “Rottincule, a me niente” mi diceva e io gli rispondevo: “cánde passe tu te li pijje…”.Non avevo pensato, però che la mietilega aveva un tornello di legno per prendere il grano e, quindi, quando la macchina si avvicinò al pero s’inceppò ai rami e rovinò la pianta. Per fortuna, poi, nonostante la disperazione di Minnucce, riuscimmo a risistemare alla buona il pero, che ne uscì senza grossi danni − . Raccontandoci questo divertente episodio, Zì André non manca di commentare con orgoglio: − Assieme a Minnucce, sono stato uno dei primi a comprare un trattore che usavo per arare e per seminare. Ricordo ancora l’anno, era il 1966. − È molto piacevole e istruttivo ascoltare persone come Zì André, che oggi ha ottanta anni ed è la testimonianza in carne ed ossa dell’evoluzione dell’ agricoltura. Egli, come la maggior parte di quelli appartenenti alla sua generazione, ha ereditato il mestiere da quello del padre, Nicola Zappacosta, e si è trovato a dover gestire ben sei ettari di terreno.

Oltre alle tradizionali colture contadine, uva, olivo e grano, ha posseduto anche grandi appezzamenti di pesche e mandorle. È stato anche un po’ ortolano, in quanto vendeva pesche e mandorle, quest’ultime da un famoso alimentarista del centro storico sito in piazza Barbacani, Cesario detto “Panicutte”. Per vendere le mandorle, come ci racconta Zà Antoniette, sua moglie, il procedimento era lungo: − Dopo la raccolta, che si faceva a mano, si portavano le mandorle in dei cesti davanti casa dove ci si metteva a pulirle dal guscio legnoso, poi si lasciavano seccare al sole e si mettevano nuovamente nei sacchi, pronte per la vendita. Si preparavano anche le mandorle tritate che si vendevano per fare i dolci e in questo caso, oltre che sgusciarle ed essiccarle, si dovevano anche rompere con il “martellucce” in modo che rimanessero solo dei piccoli pezzi.− Per quanto riguarda l’olivo e la vite, prima dell’invenzione delle macchine agricole, il sistema di coltivazione e di raccolta era completamente diverso da quello che si fa oggi : − Allora c’era la vëgne en tèrre, la pianta cresceva a terra non c’era la struttura “a capanna” o a filare e la qualità più diffusa era quella del San Giovese. La pianta dell’olivo si scuoteva per far cadere le drupe che si raccoglievano a mano, con i rastrelli o sulle scale.− racconta Zì André. Più complessa da spiegare, è la coltivazione e la raccolta del grano fatta a mano. − Si seminava con la mano destra, prendendo la semenza dalla “vìsacce”, una specie di bisaccia che si portava a tracolla. Aveva due aperture, una davanti e l’altra dietro, riusciva a contenere 6 chili di semi. Prima di spargere il seme, l’ampiezza da seminare si misurava con le gambe, di solito 4 metri, alle due estremità si metteva una canna per ciascun lato per delimitazione. Le qualità che andavano di più erano la cappella per il grano duro e la frasinetta per quello tenero. A san Giovanni, il 24 giugno, si cominciava la mietitura del grano.− racconta Zì André e continua: − Si tagliavano gli steli a mano con la “fàggeje” [falcetto] e si raggruppavano in mazzetti chiamati “manuppre” [mannelli] che si legavano con gli stessi steli della pianta e poi si riunivano in mucchi chiamati manupprari [covoni].− Bisognava costruire la “manupprare” a regola d’arte, altrimenti poteva marcire in caso di pioggia! Ecco come si realizzava la “manupprare”: − Si faceva una base di 13 manuppre alla quale se ne sovrapponevano 12. Poi si chiudeva il mucchio ponendo sopra un altro manuppro − spiega Zì Andrea. Il lavoro però non finiva qui.

Successivamente i covoni che in un primo tempo si lasciavano nel campo, si portavano a casa sui carri, dove si disponevano con “lu furcate”, una forca con il manico lungo 2 metri e mezzo e munita di due denti di diversa lunghezza per meglio compiere quest’operazione. Si scaricava nell’aia della casa e si accatastavano i covoni in grandi mucchi in attesa dell’arrivo della trebbiatrice. Questi mucchi erano chiamati “méte” e si facevano con l’aiuto delle forche che erano chiamate dai contadini “forchette”. Le “méte” arrivano anche a quattro cinque metri d’altezza, ma il mucchio più grande che si poteva fare era chiamato “capemandre” e raccoglieva 3.000-4.000 “manuppre”. Oggi la mietitura, come anche la raccolta delle olive, si fa meccanicamente, anche se è ancora necessaria la presenza dell’uomo per coordinare l’attività o per distendere e raccogliere le reti. Per le nuove generazioni, sembra incredibile pensare che quarant’anni fa, queste attività si facevano manualmente e che nell’aratura e nella semina, se si era fortunati, si poteva essere aiutati da mucche o muli, altrimenti si ricorreva solo al sudore dell’uomo. Ad occhi giovani potrebbe apparire quasi un’immagine medievale tanto quanto la figura del contadino! È altrettanto medievale l’incidenza dell’agricoltura sull’economia italiana che è ben poca cosa se si pensa a quanto avrebbe da offrire; le risorse agricole della nostra penisola sono moltissime, come anche la ricchezza dei prodotti. Nella piccola Vasto, l’esempio di Zì Andrè è positivo: persevera nel coltivare la sua terra e nelle raccolte più impegnative, come quella dell’olivo, è aiutato dai suoi giovani nipoti. La sua e molte altre piccole e medie aziende agricole hanno ancora quest’ulteriore frutto dall’attività contadina: il senso di condivisione familiare del lavoro.

Nausica Strever

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