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Il Direttore del Quotidiano Il Centro sull’omicidio D’Elisa

Sono stato oggetto di denunce, sono stato querelato, ho subito processi. Cose che succedono a chi fa la nostra professione. Mai, però, lo confesso, mi sono sentito così offeso e ferito come quando ho ricevuto la notizia di essere stato oggetto di un esposto del presidente del Consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo, tale Sergio D’Agostino.

L’accusa: aver offeso la dignità di un povero ragazzo di 22 anni, Italo D’Elisa, assassinato a Vasto all’inizio dell’anno da Fabio Di Lello, marito di Roberta Smargiassi, morta in un incidente provocato dalla stesso D’Elisa. Come avrei perpetrato l’offesa? Pubblicando sul Centro la foto del cadavere «immerso in un lago di sangue».

Con un’aggravante perdipiù: averlo fatto mentre stringe «tra le mani il suo telefonino. Un particolare, quest’ultimo che è oggetto di un ulteriore riquadrato». Questi gli addebiti.

Peccato però per due piccoli dettagli: per quanto riguarda «il lago di sangue» siamo infatti di fronte ad un falso clamoroso, come si può verificare nella foto della prima pagina contestata (in basso) dove, di sangue non c’è praticamente traccia. Quanto invece al riquadrato, considerato alla stregua di una colpa, esso è invece un grande merito del lavoro della redazione che attraverso quel dettaglio ha mostrato come la mano del ragazzo ucciso non stringesse un’arma ma semplicemente un telefonino. Un particolare che si è rivelato fondamentale per i giudici di Vasto che hanno condannato il Di Lello.

Ciononostante, il massimo esponente dell’organo di disciplina dell’ordine abruzzese mette nero su bianco la sua menzogna. Avviando un procedimento che ha il chiaro obiettivo di mettere sotto processo questo giornale e il suo direttore. Con il risvolto inevitabile di provocarci un danno d’immagine.

Perché D’Agostino fa tutto questo? Risposte se ne potrebbero dare tante, ma è un fatto che la sua iniziativa si inquadra in un contesto nel quale il giornale ha dovuto contrastare anche tentativi esterni di condizionare la sua indipendenza e la sua autonomia. Naturalmente, ogni tentativo di pressione è fallito. Così come è sfumata l’iniziativa di D’Agostino.

Grazie al lavoro dei nostri avvocati e alla decisione del Consiglio di disciplina dell’Ordine del Lazio al quale (per fortuna) sono iscritto (non oso pensare cosa poteva capitarmi se, inquadrato in quello abruzzese, fosse stato lo stesso D’Agostino a potermi processare) e che ha puntualmente archiviato (all’unanimità) l’esposto del collega abruzzese.

Ora che la decisione è ufficiale, pubblichiamo gli atti del procedimento, un autentico spaccato della vita interna dell’Ordine dei giornalisti. Lo facciamo perché i lettori possano farsi un’idea della vicenda. E perché, anche, chi dovrebbe intervenire -a cominciare dall’autorità giudiziaria che con l’Ordine interloquisce- lo faccia subito e con la severità necessaria.

Chi produce falsi così sfacciati, in questo caso il massimo esponente dell’organo che dovrebbe vigilare (e giudicare) sulla correttezza deontologica del lavoro di tutti i colleghi al fine di garantire la buona informazione per i cittadini, non può restare al suo posto un giorno di più. Così come dovrebbero essere valutati i comportamenti di coloro che, all’interno dell’Ordine abruzzese, erano a conoscenza del falso ai nostri danni e non sono intervenuti per bloccarlo.

Primo Di Nicola (Il Centro)

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