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Lo scavo anonimo di Piazza Rossetti

Già in due precedenti occasioni ci siamo occupati dei “misteriosi” scavi di piazza Rossetti, nei pressi della Torre di Bassano; avevamo sottolineato la sostanziale “inutilità” di un reperto messo lì in bella mostra, senza nessuna indicazione, nemmeno in linea generale, in merito alla tipologia e all’epoca dello stesso. Anche a livello puramente “estetico”, senza voler star lì a sindacare sul come e quando (sebbene sarebbe l’abc per un reperto archeologico), è difficile apprezzare il ritrovamento, coperto da una lastra di vetro, spesso sporca e appannata da un sistema evidentemente poco efficace che non riesce a smaltire la condensa.

Come se non bastasse, adesso la copertura è stata anche danneggiata, con evidenti scalfiture che rendono ancor più complicato ammirare il reperto, tra l’altro ancora “ignoto”. Senza contare che una copertura così danneggiata potrebbe potenzialmente nascondere problemi di sicurezza. Insomma, ulteriori criticità vanno ad aggiungersi a un reperto che potrebbe essere custodito e valorizzato meglio, dando per scontato che un valore archeologico ce l’abbia per davvero. Ma finché qualcuno non si decide a piantarci una pur minuscola targhetta, difficile per cittadini e turisti farsi un’idea sull’importanza del reperto. Certo però che se il ritrovamento non “merita” neppure un cartello, difficile che chi lo ammira possa considerarlo granché.

In attesa di conoscere “ufficialmente”, dal Comune e dalla Soprintendenza, quale tipo di reperto è quello scoperto a piazza Rossetti vicino al Torrione, pubblichiamo l’opinione del prof. Luigi Murolo che ha già le idee molto chiare in merito.

Ho letto in ritardo su “Noi vastesi” un articolo sullo scavo in Piazza Rossetti del 2012 in cui sono stato chiamato in causa. Ritengo opportuna qualche rapida precisazione.

1.In un intervento dal titolo La via degli antichi Anfiteatri. Un ponte culturale tra Vasto, Larino, Venafro pubblicato su «I fatti del Nuovo Molise» (quotidiano diretto da Pino Cavuoti) in data 29 luglio 2012 ho espresso il seguente punto di vista: […] piazza Rossetti dimostra il continuo reimpiego della complessa architettura romana fino alla sua dissoluzione. Dapprima anfiteatro, poi verlasce (guarlasi) e infine segmento della cinta muraria urbica. L’attuale rinvenimento – quasi in superficie – di un organismo absidato in opus latericium (il cui recente scavo, per la verità, condotto in modo piuttosto frettoloso non chiarisce se si tratta di una chiesa paleocristiana o di un ninfeo – certamente non parte dell’anfiteatro) suggerisce un intervento destrutturante sulla cavea già in epoca tardoantica.

Una formula dubitativa, è vero. Ma necessaria di fronte alla strana “cosa” che alligna in un fondo di piazza Rossetti. Più che di “scavo”, dovremmo parlare di un “buco” – caravòtte in dialetto vastese –; di un buco misteriosamente protetto, per di più cavato senza alcuna logica. Di un buco – aggiungo – che, una volta prodotto, avrebbe potuto in qualche modo consentire l’identificazione di un “qualcosa” di archeologicamente definibile. Non dico a sud (che avrebbe investito una via di largo traffico). Nemmeno a est in ragione della torre o a nord dove si sarebbero potuti incontrare ostacoli rispetto ai tempi di riconsegna della nuova pavimentazione urbana Ma a ovest, dico? Perché non si sarebbe potuto tentare di procedere verso occidente? Mi chiedo: quale difficoltà logistica si sarebbe potuta incontrare a ovest, al fronte di un’aiuola la cui terra conserva ancora i resti di una storia per sempre conclusa? Nel 2012 la domanda non ha trovato risposte. Così, quasi per miracolo, da quell’ anno, i cosiddetti “esperti” non hanno saputo dire in modo diretto se un’architettura absidata possa essere considerata parte integrante di un anfiteatro.

Ma le cose non finiscono qui. Poco dopo il mio intervento – a distanza di un mese per la precisione, il 30 agosto 2012 – un comunicato dei soliti “esperti” veniva così riportato da un blog locale: L’area archeologica verrà coperta da una vetrata non calpestabile con ringhiera che lascerà i reperti a vista, mentre all’interno ci sarà un sistema di aerazione” per evitare il formarsi della condensa, le cui goccioline renderebbero invisibile quello che c’è sotto. Comune di Vasto e Soprintendenza ai beni archeologici d’Abruzzo hanno trovato la quadra: il muro dell’antico anfiteatro romano sui cui sorge piazza Rossetti verrà messo in vetrina. E’ stato ritrovato al secondo giorno dei lavori con cui l’impresa […] ha rifatto la pavimentazione dell’anello perimetrale di piazza Rossetti. E’ tuttora transennata l’area in cui è emerso un muro di mattoni, che l’archeologo della Soprintendenza Andrea Staffa ha individuato come appartenente all’arena romana del primo secolo dopo Cristo.

Dunque, non vi sono dubbi. La risposta indiretta degli “esperti” sottolinea che il «muro di mattoni» – incredibile! un organismo absidato diventa «muro di mattoni» – è “appartenente” all’anfiteatro. Ma è sicuro che qualcuno dei cosiddetti “esperti” l’abbia visto o che abbia fatto quanto meno un sopralluogo?  Che lo si voglia o meno, la domanda rimane sempre la stessa: la struttura è posteriore alla realizzazione della struttura ludica oppure coeva? E in quest’ultimo caso: perché non vi sono indicazioni ufficiali a confermarlo?

Lasciando da parte questa semplice considerazione, ho voluto porre a me stesso un altro interrogativo alla buona, limitandomi a ragionare sull’esistente. A occhio (e soprattutto visto dall’alto) il paramento murario presentava un rivestimento. Mi sono detto: fatto di quale materiale? Sono stati per caso rinvenuti resti di opus signinum, la fodera impermeabilizzante di età romana (come si ritrova nelle cisterne di Histonium) in grado di dare una qualche certezza al possibile rinvenimento di un’opera idraulica come un ninfeo? Non ho incontrato “esperti” utili a dare risposte. Mi sono chiesto: sono stati per caso rinvenuti resti di intonaci per edifici civili o religiosi? Anche in questo caso non ho incontrato “esperti” utili a dare risposte. Al che mi sono chiesto: è possibile parlare dell’esistenza di organismi absidati all’ interno di un anfiteatro contestuali all’edificazione di quest’ultimo? Francamente (limitandomi alle aree viciniori) non ne ho trovato tracce in quelli più prossimi al municipium histoniensium: dal magnifico anfiteatro di Larino a quello di Venafro (il cosiddetto verlasce) – entrambi simili a quello di Vasto –.  A dirla tutta, in queste tre strutture è possibile seguire una sorta itinerario didattico di storia insediativa del territorio che racconta il rapporto stabilito nel tempo tra l’edificio antico e le successive forme di urbanizzazione. Così ho sintetizzato il problema nel mio citato intervento del 29 luglio 2012:

[…] l’abbandono totale dell’anfiteatro di Larino già in fase gotico-bizantina ne ha consentito la salvezza archeologica. Il suo mancato riuso urbano in fasi storiche posteriori con il trasferimento dell’abitato in un sito diverso […] ha garantito – di fatto – la cura della sua facies originaria (I-II sec. d.C). Al contrario, la rioccupazione altomedievale dell’anfiteatro di Venafro determina la realizzazione di una forma incastellata chiamata verlasce (in qualche modo assimilabile al Parlascio di Lucca) che nulla ha dividere con il successivo insediamento in altura. La traslazione del paese in altro luogo ha consentito, senza praticare l’abbandono, il mantenimento della struttura insediativa altomedievale posta a debita distanza dall’abitato maggiore […]. Da questo punto di vista, piazza Rossetti dimostra il continuo reimpiego della complessa architettura romana fino alla sua dissoluzione. Dapprima anfiteatro, poi verlasce (guarlasi) e infine segmento della cinta muraria urbica.

2.Ho ripreso il problema in una conversazione organizzata dalla Sezione del vastese di Italia Nostra dal titolo Vasto, storia di una piazza. A 90 anni dal progetto per l’antico largo del Castello (29 maggio 2014). Nell’ unico resoconto della serata pubblicato da Giuseppe Catania («Noi vastesi», 6 giugno 2014), l’ articolista precisa che «[…] Murolo ha anche fatto riferimento ai numerosi acquedotti, tra cui quello delle “Luci” che alimentavano le numerose fontane e i “ninfei”[…] ». Va da sé che questa attribuzione più specifica dell’organismo absidato (che mette tra parentesi l’altra dell’oratorio paleocristiano) nasce dallo spostamento del punto focale dell’indagine: non più alla struttura in quanto tale, ma al contesto. Il che vuol dire, prospettare una diversa configurazione del problema. Ma in che cosa consiste tale configurazione? Da questo punto di vista l’interrogativo può essere così sintetizzato: come può sussistere una costruzione di tal genere in un’architettura di ludi che, di fatto, strutturalmente non la contempla? (in effetti, non sono note parti costruttive absidate all’interno un anfiteatro). E soprattutto: perché proprio in quel luogo? Ecco allora il punto. Ed è qui che torna in gioco l’acquedotto delle Luci.

Chi ha letto la relazione del 1819 vergata da Quirino Mayo sul restauro di questo grande condotto (il testo è pubblicato in appendice a F. Laccetti, Per il restauro de lo acquedotto de la città di Vasto, Napoli, Morano, 1899) sa bene una cosa: che la cosiddetta Luce Pizzuta (fontana massima delle Luci restaurate) coincide perfettamente in alzato con il presumibilissimo Ninfeo (fontana massima delle Luci originarie). Si tratta, in buona sostanza, di una sovrapposizione di strutture: il Ninfeo nel sottosuolo; la Luce Pizzuta in superficie. Lo straordinario atto notarile rogato da notar Alessandro Fantini il 18 gennaio 1607 (che Marchesani non conosce) registra il contratto tra il mastrogiurato di Vasto Gio. Antonio del Popolo e il mastro fontanaro Muzio della Monaca di S. Buono per la costruzione di una conduttura in tubi di «creta cotta» con «ventarola di piombo» dalla «luce di essa Università inanzi il Torrone di Gio. Carlo Bassano» fino alla Fontana Rotonda del Largo del Palazzo. Il documento è conservato nel fondo notarile dell’Archivio di Stato di Lanciano alla segnatura Fantini, V, c. 13., a. 11. In altre parole, l’antico rogito notarile lascia intendere che, prima di quella data, la città non disponeva di una fontana interna (il che voleva dire l’uscita degli abitanti dalla cinta muraria per l’approvvigionamento d’acqua. Le cisterne erano usate solo in caso di necessità).

Ora, secondo la citata relazione di Quirino Mayo (1819), dal Capodacqua fino alla Luce Pizzuta corrono, in «distanza diretta», vale a dire in linea d’aria, 993 passi geometrici (1 passo geometrico = 7 palmi napoletani. Prima della riforma del 1840, 1 palmo napoletano  = m. 0,263670). La profondità del Capodacqua era valutata in palmi 42 (m. 11,07). Per Marchesani, palmi 60 (m. 15,82). Lo scarto di m. 4,75 è eccessivo (quasi 1/39). La misura corretta è da ritenere quella prodotta da Mayo che si basa sulle rilevazioni del tecnico restauratore Raffaele Prisco (del resto, le recentissime misurazioni di Aquilano, Di Totto, Rapino tra puteus e specus con m.11,50 ne confermano la coerente attendibilità. (Cfr. http://www.italianostra.org/wp-content/uploads/Aquilano-D-Di-Totto-L-Rapino-M-Vasto Acquedotto-delle-LUCI.pdf). A partire da ciò, l’iniziale osservazione del Mayo viene a porre al centro il fondamentale rapporto tra acquedotto romano e moderno:

L’acquedotto della pubblica fontana di Vasto, monumento preziosissimo dell’antica potenza romana, prende origine al sud-ovest della Città alla profondità di palmi 42 sotterra e nella distanza diretta di 993 passi geometrici dalla prima conserva A fuori porta del piano; donde nel tempo della deduzione colonica le acque progredivano in linea dritta ed andavano a scaricarsi ne’ serbatoi che a tal uopo si rilevano ancora esistenti nella parte più elevata della Città […]

Come si può notare, con «deduzione colonica» Mayo offre una verosimile datazione del condotto istoniense al momento della redazione del Liber coloniarum – che viene raccolto nel sec. V in quel monumentale Corpus agrimensorum Romanorum che Karl Lachmann pubblica nel 1848 –. Il tardoantico di cui parla il curatore del restauro primo-ottocentesco attribuisce all’organizzazione gromatica del territorio (cfr. sull’argomento il recentissimo lavoro di D. Paniagua, Frontino, agrimensura ed esegesi tardoantica del testo tecnico nel commento dello Pseudo-Agennio Urbico, in Incontri di Filologia Classica, 10 (2010/11), pp. 29-79), la distribuzione geometrica del condotto. In un universo così congegnato quello strano oggetto dalla struttura absidata emerso dai Guarlasi (anfiteatro) di Vasto nel 2012. Così come da me accennato nei miei due precedenti interventi, questo organismo parla la lingua muta del ninfeo.

Tutti se ne sono accorti. Salvo i nostri “esperti” ufficiali che stanno ancora attendendo la nuova montatura per il cambio delle lenti.

Luigi Murolo
http://www.noivastesi.blogspot.it/

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