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La grande frana di Vasto, quel 22 febbraio del 1956 e i tristi giorni che seguirono

Il crollo dello scorso 24 gennaio, del muro di contenimento di Palazzo d’Avalos, e gli smottamenti avvenuti lo scorso anno in via Tre Segni, con lo sprofondamento di una palma, e in via Adriatica, nei pressi della chiesa di Sant’Antonio di Padova, hanno destato profonda preoccupazione e fatto tornare alla mente quanto accaduto nel febbraio del 1956.

Il tragico evento non è giunse all’improvviso: da più parti, negli anni precedenti la sciagura, vennero sollevate accuse alle autorità competenti e politiche, locali e nazionali, per aver sottovalutato un problema che ha origini lontane. I primi scoscendimenti si registrarono verso la fine del 1700, ed altre di modeste dimensioni, ma non per questo meno allarmanti, durante tutto l’800, fino ai primi anni del secolo successivo ed alle ultime avvisaglie del 1953. Per non parlare poi della rovinosa frana del 1816, che fece sprofondare a valle il costone orientale dalla Loggia Amblingh fino a San Michele.

Nel settembre del 1955 già erano comparse le prime preoccupanti crepe lungo via Adriatica e su alcuni edifici, non risparmiando anche una parte dei locali della secolare chiesa di San Pietro. I tecnici del Genio Civile di Chieti elaborarono un razionale piano di indagini costituito da una serie di rilevamenti geomorfologici sia nel sottosuolo di Vasto che nella parte più a est verso il mare.

Ad ottobre, per scongiurare la frana, don Romeo Rucci decise di portare in processione, per le strade del centro storico, la reliquia del Legno della Croce. Oltre ai chierici, al parroco ed alle rappresentanze del comune con il Gonfalone, era presente anche tantissima gente composta e commossa, ma già consapevole di quello che sarebbe potuto accadere da un momento all’altro.

Dopo aver effettuato le verifiche delle crepe sempre più numerose e profonde, i tecnici comunali decisero l’evacuazione delle case più a rischio.

La mattina del 22 febbraio, alle ore 10,45 si udì un forte boato, simile allo scoppio di una bomba: una quarantina di case poste su via Adriatica, si staccarono dalle fondamenta, rovinarono su se stesse e cominciarono a scivolare verso il basso, alzando un immenso polverone. Fortunatamente, tutta la zona era già stata evacuata e le famiglie ospitate nei locali della scuola elementare.

Altre 60 famiglie sfollate (per un totale di 117 famiglie ufficialmente registrate), vennero sistemate in gran parte nei locali delle scuole elementari e delle medie, dove ricevettero pacchi di viveri e indumenti forniti da privati, autorità ed enti.

Tra i primi provvedimenti del Governo, ci furono l’assegnazione di 50 milioni di lire per le opere di pronto intervento e per l’acquisto di case prefabbricate da assegnare agli sfollati, mentre l’Istituto delle Case Popolari, appaltò subito due lotti di 30 alloggi ciascuno, per l’importo di 104 milioni.

Alla prima notizia del disastro, l’on. Giuseppe Spataro, che era costantemente tenuto informato sul movimento franoso, si mise immediatamente in azione per procurare tutto l’aiuto possibile e per sollecitare l’intervento del Governo.

Ad un primo convegno, da lui promosso, con la partecipazione di funzionari del Genio Civile, del Provveditorato all’OO.PP. dell’Aquila e componenti dell’Istituto delle Case Popolari, ne seguì un altro molto più importante, a cui presero parte l’isp. Piccioli, per il Ministero dei Lavori Pubblici, il prof. Penta, membro del Consiglio Superiore dei LL.PP., il Prefetto della Provincia, rappresentanti delle Ferrovie dello Stato, dell’Anas, Professori Universitari e Geologi, al fine di esaminare le cause della frana e studiarne i rimedi per arrestarla definitivamente. Per il Governo, partecipò direttamente l’on. Giuseppe Romita, titolare del Ministero dei Lavori Pubblici.

Tutti gli intervenuti al convegno denunciarono la gravità della situazione e la necessità di intervenire immediatamente. Finalmente si cominciò a parlare di fatti concreti, analizzando le cause del fenomeno e mettendo al centro dell’attenzione il risanamento definitivo di tutto il costone orientale. L’indagine geomorfologica (già iniziata nel 1955 da parte del Genio Civile di Chieti), consentì di ricostruire tutta la formazione stratigrafica del suolo sottostante Vasto, ed in particolare permise di costatare che la piattaforma di Vasto aveva una potenza di circa 30 metri costituita da 12 metri da sabbie sciolte, 3 metri da sabbia e ghiaia ed altri quindici metri da sabbie dal contenuto argilloso. La formazione sabbiosa era interessata, per circa 10 metri al di sopra del contatto con le argille compatte, da una falda acquifera di notevole intensità, quantificabile in 5-6 litri al secondo.

A conclusione degli accertamenti effettuati dai tecnici, si concluse che la frana di Vasto era riferibile a due fenomeni distinti seppur interdipendenti, che interessavano rispettivamente la zona a monte dei muri crollati e la zona a valle di questi fino al mare. Nella zona a monte si creavano distacchi e “disquamazioni” da pareti in sabbia lievemente cementate con superfici di distacco di nuova formazione, che finendo sulla parte sottostante, premevano sulle sabbie caotiche e scivolavano verso il mare. Questo fenomeno era amplificato e alimentato, oltre che dalle precipitazioni piovose, dalla intensa falda acquifera proveniente dal sottosuolo.

In una successiva riunione in Comune, presieduta dall’on. Giuseppe Spataro, vennero studiati i primi interventi concreti per salvare tutta l’area. “Tecnici e geologi”, si legge sulle colonne dell’Histonium, “troncando le puerili ipotesi di incompetenti relative ai fenomeni del sottosuolo, han convenuto che deve terminare la permeazione delle acque per passare al consolidamento dell’abitato in base agli studi diligentissimi, con muraglie su teorie di piloni, che affondino profondamente. Per il terreno a valle occorrono altre soluzioni, che assicurino la strada statale e la ferrovia, non escluso l’esproprio per la piantagione di forti alberi. Secondo il parere del chiar.mo prof. Penta è possibile salvare la chiesa di S. Pietro, purché i provvedimenti tecnici soccorrino urgentemente alla attuale stabilità del sacro edificio”.

Il progetto studiato dal Genio Civile di Chieti, che prevedeva la costruzione di un muraglione di sostegno più a valle, venne bocciato dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, il quale richiese altri tre progetti. Alla fine venne scelto l’ultimo, il meno oneroso, che prevedeva la demolizione di tutta la zona compresa tra piazza del Popolo e la chiesa di Sant’Antonio, e la costruzione di grossi cunicoli comunicanti tra di loro per convogliare le acque sotterranee.

Purtroppo, quando la situazione sembrava ormai stabilizzata, la terra tornò nuovamente a scuotersi nell’agosto dello stesso anno, provocando il crollo del Palazzo delle Poste ed altri edifici limitrofi, e ulteriori profonde lesione alla chiesa di S. Pietro. Molti ancora oggi continuano a sostenere che la chiesa poteva essere salvata, ma in realtà il suo destino era già segnato: piuttosto che realizzare il muraglione a sostegno della chiesa, eccessivamente costoso, venne deciso l’abbattimento dell’antico edificio di culto e la realizzazione di una bella passeggiata panoramica.

Dal 2 dicembre 1959 la chiesa venne demolita pezzo per pezzo. Con scrupolosa attenzione, si provvide a salvare gli altari, i marmi del pavimento, della balaustra e delle due scalinate per scendere nella cripta, ma anche tutte le statue, i quadri e i tesori. Tutti i beni in parte furono utilizzati per l’altare e il presbiterio della chiesa di Sant’Antonio di Padova, dove era stata trasferita la parrocchia, i quadri, tra cui l’Ecce Agnus Dei di Filippo Palizzi e Il cieco di Gerico di F. Paolo Palizzi, furono trasferiti presso Museo Civico, altre statue di Santi furono dislocate tra le chiese di Sant’Antonio, la Madonna delle Grazie e Santa Filomena, e ancora tante altre suppellettili in deposite presso alcune famiglie.

Lino Spadaccini (noivastesi)

 

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