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I giovani e la fede, le riflessioni di padre Eugenio Di Giamberardino

giovani-fedeAnche se l’Epifania tutte le feste ha portato via, rimarrà certamente come “preziosa strenna” da conservare gelosamente il libretto dato in omaggio dal parroco dell’Incoronata Padre Eugenio Di Giamberardino soprattutto ai giovani.
In esso Padre Eugenio ricorda che il grido lanciato spesso da Papa Francesco nei suoi interventi pubblici “Non lasciatevi rubare la speranza!” è un invito forte che, pur rivolto a tutti, è indirizzato in particolare ai giovani “in questi tempi di sfiducia, di crisi di valori e di lavoro, con un tasso di disoccupazione giovanile molto alto”.
Sono interessanti nel libretto, che sviluppa anche l’elogio della famiglia, il valore della mamma cristiana e la problematica dell’assenza dei padri nelle stesse famiglie “normali”, le pagine dedicate proprio al mondo giovanile nei suoi rapporti con la fede.
Questo perché quando si parla a dei giovani e si parte dalle domande di senso, di felicità, di futuro, di decisioni per la vita si trova sempre una grande attenzione. Esiste una sete di qualcuno che si affianchi in questa ricerca difficile, che non gode di una grande continuità, ma che affiora per tenere desta la loro umanità.
Pur nella vivacità e nella voglia di novità, i giovani hanno bisogno di riferimenti sicuri e stabili, distribuiti nella vita sempre, non a ore. È necessario un quadro di attività anche programmato, ma innervato di grande afflato comunicativo. Mentre spesso il modo di stare con loro da parte degli adulti, responsabili civili e religiosi, è mutevole, sembra rinnovarsi, ma manca di concretezza, disperde le energie e frustra le attese. È necessario che in ogni comunità parrocchiale o diocesi esista una sorta di tradizione che offre momenti stabili di incontro, di approfondimento, di dialogo, di comunicazione capaci di rinnovarsi e di riscriversi, ma entro un quadro di stabilità, che orienta verso orizzonti più ampi senza chiudersi nell’inerzia.
Occorre rimanere propositivi anche quando i giovani sembrano adattarsi alla legge del branco, che un po’ alla volta percepiscono come schiavitù, in cui vige la legge dell’amore tra carnefice e vittima. Non si sanno staccare da una banda, da una compagnia al ribasso. Percepiscono che è una schiavitù, vorrebbero respirare aria fresca, ma l’inerzia che li tiene legati alla piazzetta, al pub, alla compagnia, alle abitudini, ai rituali del sabato e della domenica, dello sport e delle scorribande è troppo alta. Forse proprio per questo c’è bisogno di pazienza educativa, condivisione, intersezione di vite, piccoli e calibrati interventi di bonifica antropologica. Poi, quando meno te l’aspetti, scatta una sorta di liberazione e di adesione a momenti di apertura.

Luigi Medea

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