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Morire per noi, per lo Stato

Giovanni_FalconeIl 23 maggio rappresenta per la storia della Repubblica italiana una delle pagine più dolorose: 21 anni fa, infatti, di ritorno da un viaggio nella Capitale veniva massacrato in quel di Capaci il giudice Giovanni Falcone. Con lui perirono la moglie Francesca Morvillo e alcuni uomini della scorta. Colui che era stato tra i paladini della lotta a Cosa nostra, tanto da fare parte del primo “pool antimafia” e da essere uno dei maggiori artefici del primo maxi-processo che si chiuse con 360 condanne per complessivi 2665 anni di carcere e undici miliardi e mezzo di lire di multe da pagare, subiva la violenta ritorsione della mafia, soprattutto dei corleonesi guidati da Totò Riina, che sentenziò la sua condanna a morte nel modo più violento e plateale possibile, con un’esplosione di ben 5 quintali di tritolo per mano di Giovanni Brusca.

 Abbiamo voluto ricordare il sacrificio di Falcone e di quegli uomini, come dimenticare Pio Latorre, Carlo Alberto Dalla Chiesa e Paolo Borsellino, giudici, reporter, uomini delle scorte e delle Forze dell’ordine che hanno donato la loro vita nel nome della difesa dello Stato attraverso questa breve, ma profonda riflessione di Davide D’Alessandro

“Quando Brusca schiaccia un pulsante e Falcone, con il suo amore e la sua scorta, rimane intrappolato tra le macerie in quel di Capaci, muore per sempre anche un pezzo di Stato, cioè una parte di noi che, non è mai enfatico ricordarlo, siamo lo Stato. Quando Borsellino, con la sua scorta, salta per aria in via D’Amelio, davanti a casa di sua madre che lo aspetta per un saluto fugace, muore per sempre un altro pezzo di Stato, un altro pezzo di noi. Così quando muore una divisa in un agguato, durante una rapina, mentre protegge un politico in via Fani, muore per sempre un pezzo di Stato, un pezzo di noi. E noi, che siamo lo Stato, affidiamo al ricordo la ricostituzione, la tenuta di quel brandello di vita, la vita dei servitori dello Stato, dei nostri servitori. Il dolore si rinnova e le targhe, le medaglie, i convegni, i fiori, hanno un senso se non vengono separati da quel sangue che ancora sgorga, da quelle immagini senza soluzione, senza verità. Non c’è mai la verità quando muore un servitore dello Stato, perché lo Stato non è mai tanto forte e tanto libero da sopportarla, la verità. Un carabiniere, un poliziotto, un vigile, un magistrato sanno che morire per noi, per lo Stato, è una possibilità alla quale non è lecito sottrarsi. Non è una vita messa in gioco, è una vita resa disponibile. Un giorno qualcuno, vestito da Male, dall’esterno, ma anche dall’interno dello Stato, può decidere di prendersela, di renderla cenere. Ma la cenere resta. La cenere è. La cenere, come insegna Severino, non è il legno divenuto cenere. È eterna, la cenere, come eterno è l’esempio di chi non cesseremo di avere dentro di noi, di trasmettere a chi verrà dopo di noi, perché è parte di noi, un pezzo di noi, non divisibile da ciascuno di noi”.

 Lu. Spa.

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