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La lezione di monsignor Bruno Forte su “Fede e Ragione”

fede e ragione-vescovo-bruno forte - 07Una cosa è certa: non bisogna necessariamente essere credenti o praticanti per apprezzare gli affascinanti interventi del vescovo della diocesi di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, durante i consueti appuntamenti “Quaestiones Quodlibetales”. Nell’appuntamento di ieri presso il Teatro Rossetti, monsignor Forte si è confrontato con il direttore del quotidiano “Il Centro”, Mauro Tedeschini, sul complesso rapporto tra fede e ragione; un rapporto, come spiegato dallo stesso vescovo di Chieti-Vasto, che considera tre “varianti”: la ragione che rifiuta la fede (e viceversa), la ragione che porta alla fede (e viceversa) e infine quando fede e ragione coincidono in un rapporto “non conflittuale”.
Per spiegare queste dinamiche, monsignor Bruno Forte chiama in causa tre grandi della letteratura: Cervantes, Shakespeare e Dante. Il primo, con il suo Don Chisciotte, che ha saputo tratteggiare la condizione tragica della vita che insegue il nulla, ma questa visione tragica e nichilista sfocia in una profonda riflessione. “Solo chi ha fatto esperienza di questa condizione e ha riconosciuto la tragicità del mondo – ha sottolineato monsignor Forte – può davvero sviluppare una riflessione proficua, anche se lo fa da non credente. Cos’è in fondo un non credente, se non un credente che si sforza di non credere? Così come un credente è un non credente che si sforza giorno per giorno di credere”.
Il secondo scenario è dedicato all’opera di Shakespeare, l’Amleto, nello specifico, che non nega la fede, ma esercita quella ragione che conduce alle soglie del mistero; pone domande radicali, anche violente nella loro “verità”, che portano a comprendere come alla base dello stesso pensiero c’è il riconoscimento di un’alterità misteriosa che ci spinge verso la ricerca.
Ultimo esempio, quello di Dante e della sua Divina Commedia: “In Dante – spiega monsignor Bruno Forte – fede e ragione finalmente si incontrano. La Divina Commedia è la perfetta metafora della vita che, partendo dalla selva oscura, non dà all’uomo immediatamente la “soluzione”, ma lo porta sulla strada della ricerca. Ci fa capire, allora, che l’esercizio della ragione, se portato fino in fondo, non basta a se stesso e deve lottare e arrendersi davanti all’inconoscibile”.
Perché fede e ragione alla fine si incontrino, in conclusione, per monsignor Forte occorrono tre condizioni: che fede e ragione non siano negligenti e passive, ma agoniche e “inquiete”; che siano reciprocamente aperte e dialogiche e, infine, che siano entrambe umili: “La fede non può sottrarsi alla fatica del pensare e la ragione non può non misurarsi col mistero. Ciò che spaventa non è il non credente, ma il non pensante”.

n.l.

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