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100 anni dalla nascita di Nino Manfredi: biografia di uno dei più grandi artisti italiani del XX secolo

Saturnino Manfredi, in arte “Nino”, nacque il 22 marzo 1921 a Castro dei Volsci, un piccolo paese ciociaro attualmente in provincia di Frosinone, da Romeo Manfredi e Antonina Perfili, entrambi di origini contadine. Il padre, arruolato in Pubblica Sicurezza, nella quale raggiunse il grado di maresciallo, nei primi anni trenta venne trasferito a Roma, dove Nino e suo fratello minoreDante crebbero.

Dopo le scuole medie, fu iscritto dai genitori al Collegio Santa Maria, da cui, però, finì per scappare varie volte, finché non fu “espulso” e costretto a proseguire gli studi da privatista. A circa diciassette anni si ammalò gravemente di tubercolosi e restò a lungo in sanatorio. Qui imparò a suonare un banjo da lui stesso costruito ed entrò nel complessino a plettro dell’ospedale. Dopo un’esibizione della compagnia teatrale del grande Vittorio De Sica, avvenuta nello stesso sanatorio,iniziò ad appassionarsi alla recitazione. Per accontentare la famiglia nell’ottobre del 1941 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza, ma già nello stesso anno dimostrò interesse e una grande propensione per il palcoscenico, esordendo come presentatore e attore nel teatrino della parrocchia della Natività, in via Gallia.

Dopo l’8 settembre 1943, per evitare l’arruolamento, si rifugiò con Dante per dodici mesi in montagna, sopra Cassino (FR); rientrato a Roma l’anno dopo, riprese gli studi universitari e, contemporaneamente, si iscrisse all’ “Accademia nazionale d’arte drammatica”. Si laureò nell’ottobre del 1945 con una tesi in diritto penale (93 punti su 110), ma non esercitò mai la professione d’avvocato; poi, nel giro di un paio di anni, riuscì anche a diplomarsi all’Accademia.

Nell’autunno del 1947 fece i suoi esordi al “Teatro Piccolo di Roma”, nella compagnia di Evelina “Evi” Maltagliati e di Vittorio Gassman, recitando, affiancato da Tino Buazzelli,  in testi perlopiù drammatici ed in molti casi allestiti in prima assoluta per l’Italia; fra questi spiccano capolavori come “Liliom” del drammaturgo ungherese Ferenc Molnár, “L’aquila a due teste” del francese Jean Cocteau ed “Erano tutti miei figli” dello sceneggiatore statunitense Arthur Miller.

Nella stagione 1952-1953 il giovane Nino collaborò perfino con l’immenso Eduardo De Filippo, portando in scena al Teatro Eliseo di Roma tre suoi atti unici, “Amicizia”, “I morti non fanno paura” e “Il successo del giorno”, interpretandoli insieme ad altri due giovanissimi: Paolo Panelli e Bice Valori.

Abbandonata la prosa, a partire dal 1951, assieme ai suoi compagni di studio Paolo Ferrari e Gianni Bonagura, formò un terzetto che si esibì con successo dapprima nei varietà radiofonici e quindi in molti spettacoli del teatro di rivista e della commedia musicale. I suoi due più significativi successi sul palcoscenico li ottenne comunque più avanti, nelle commedie musicali “Un trapezio per Lisistrata” di Garinei e Giovannini (1958), e, soprattutto, nel “Rugantino” (1962) sempre di Garinei e Giovannini, affianco ad Aldo Fabrizi e Bice Valori; quest’ultimo andò addirittura in tournée negli Stati Uniti d’America, dove riscosse un notevole successo.

L’esordio sul grande schermo di Nino avvenne nel 1949, nel film drammatico “Torna a Napoli” di Domenico Gambino, in cui interpretò il coprotagonista.

Successivamente, per tutti gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, cominciò ad apparire in sempre più film, anche se in ruoli più che altro minori o secondari; tra queste pellicole la più degna di nota è “Totò, Peppino e la…malafemmina” (1956), diretta da Camillo Mastrocinque, in cui il giovane attore ciociaro interpreta Raffaele, amico di Gianni (Teddy Reno), il nipote dei due protagonisti, i fratelli Caponi, impersonatidai leggendari Totò e Peppino De Filippo.

Il suo primo successo a livello nazionale, però,  glielo regalò la televisione. Infatti nell’autunno del 1959 si ritrovò a condurre con Delia Scala e, il già citato, Paolo Panelli la quarta edizione della celeberrima trasmissione musicale “Canzonissima”, ovvero “Canzonissima 1959”.

Per quest’occasione Manfredi inventò un personaggio destinato a divenir celebre: “Bastiano, il barista di Ceccano”. Questa “macchietta” viene ricordata tutt’oggi, soprattutto per il suo famoso tormentone in dialetto ciociaro: “Fusse che fusse la vortabbona”, pronunciato specialmente come invito all’acquisto del biglietto della “Lotteria Italia” e che di fatto è entrato nel nostro linguaggio comune.

Sull’onda di questo trionfo televisivo, Nino cominciò ad essere richiestissimo:diversi registi lo scelsero come protagonista, e non solo, di molti loro film. Nei successivi anni, infatti, recitò in pellicole famosissime e di grande successo come “Operazione San Gennaro” (1966) di Dino Risi, “Pane e cioccolata” (1974) di Franco Brusati e “C’eravamo tanto amati” (1974) di Ettore Scola, film che hanno finito per consacrarlo come uno dei più grandi attori europei del XX secolo. Inoltre bisogna anche citare la trilogia della “Roma papalina” di Luigi Magni, composta da “Nell’anno del Signore” (1969), “In nome del Papa Re” (1977) e “In nome del popolo sovrano” (1990), e nella quale Manfredi ricoprì tre ruoli molto differenti, ma ugualmente significativi, che evidenziarono ancora di più il suo eccezionale talento.

Sul piccolo schermo fece il suo rientro nel 1972, quando interpretò Geppetto nel celebre sceneggiato televisivo “Le avventure di Pinocchio” di Luigi Comencini, al fianco di attori del calibro di Vittorio De Sica, Gina Lollobrigida, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Dal 1990 in poi prese parte in numerose fiction televisive dirette perlopiù dal genero Alberto Simone e dal figlio Luca; in queste impersonò sempre personaggi carichi di notevole umanità, come il commissario Franco Amidei di “Un commissario a Roma” (1993) e, soprattutto, come il brigadiere Saturnino Fogliani nella serie televisiva “Linda e il brigadiere” (1997-2000), in cui lavorò, tra l’altro, accanto all’affascinantissima Claudia Koll, nelle prime due stagioni,ed alla giovanissima  Caterina Deregibus, nella terza ed ultima.Il 7 luglio 2003, subito dopo la fine delle riprese del suo ultimo film, “La fine di un mistero” (“La luz prodigiosa”) del regista spagnolo Miguel Hermoso, venne colpito da un ictus nella sua casa romana. Le condizioni si presentarono sin da subito gravi e venne trasportato d’urgenza all’ospedale Santo Spirito.

A settembre un netto miglioramento gli permise il ritorno a casa, ma un paio di mesi più tardi venne colpito da una nuova emorragia cerebrale. Ricoverato questa volta presso l’ospedale Nuova Regina Margherita, non si riprenderà mai più completamente, trascorrendo circa mezzo anno in una continua alternanza di miglioramenti e peggioramenti. Morì a 83 anni a Roma, il 4 giugno 2004. Tragicamente, dunque, “cala il sipario”sulla vita del “Ciociaro d’Italia”, un uomo che per più di un cinquantennio ha saputo intrattenere, commuovere e divertire decine di milioni di persone, riscuotendo da esse ammirazione e applausi. In conclusione si può affermare che, grazie alla sua versatilità di attore e alla sua capacità di recitare in ogni genere di film o spettacolo (dal dramma storico alla commedia musicale), Nino Manfredi è stato uno dei più eclettici artisti della Storia italiana ed europea.

Cesare Vicoli

 

 

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