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“Qui ci sarà un futuro diverso per i detenuti”

Una giustizia che educa e accoglie è più efficace di una giustizia che vuole solo punire”. Le parole di Don Oreste Benzi, fondatore dell’associazione Papa Giovanni 23° con i suoi 500 centri sparsi in 30 paesi del mondo, hanno riecheggiato ieri sotto il tendone allestito nel piazzale dell’edificio che accoglie la Comunità educante per detenuti (Cec) di San Lorenzo. Più che una inaugurazione è stato un momento di riflessione sull’importanza delle misure alternative alla detenzione e sulle problematiche relative alla inclusione dei carcerati. Tutti gli interventi hanno sottolineato il ruolo fondamentale della riabilitazione che passa attraverso progetti personalizzati di recupero dove al centro c’è la persona.

Molti gli operatori presenti, insieme ai rappresentanti delle istituzioni e ad una delegazione del Comune formata dall’assessore Luigi Marcello e dal presidente del consiglio comunale, Giuseppe Forte. Assente il ministro della giustizia Andrea Orlando. Il Guardasigilli, che inizialmente aveva assicurato la sua presenza, ha voluto “manifestare la sua vicinanza personale e del Ministero” con un messaggio letto da uno dei responsabili dell’associazione. Seduto in prima fila l’Arcivescovo di Chieti-Vasto, Bruno Forte.

Questa è una struttura di pietra”, ha esordito indicando il fabbricato, “ma dentro ci sono precise scelte pastorali. Al centro del progetto deve esserci la dignità del detenuto”, ha aggiunto Forte, che alla affollata platea di operatori e rappresentanti istituzionali ha offerto diversi spunti di riflessione, citando Papa Francesco e Papa Benedetto.

Avere come scopo solo la pena significa fallire”, ha insistito l’alto prelato. “Proponiamo un percorso educativo che porti al cambiamento”, sottolinea Giorgio Pieri, “il sistema carcerario con il 75% di recidiva è fallimentare. Su cento persone che hanno scontato la pena in carcere 75 commettono di nuovo un reato. L’esperienza dei Cec vede i detenuti protagonisti attivi della loro riabilitazione e il coinvolgimento della comunità esterna”. Sulla importanza delle misure alternative alla detenzione e sulla loro “convenienza” in termini di recidiva ha insistito il sottosegretario alla giustizia, Federica Chiavaroli. Cambieranno nome. Si chiameranno misure di comunità”, ha affermato la senatrice accennando alla riforma, “perché si svolgono nella comunità. Sono convenienti. Se le persone le recuperiamo abbiamo meno delinquenti in giro”.

Anna Bontempo (Il Centro)

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