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Fenomenologia della società contemporanea: dal cafone di Pirandello, Verga e Silone al cafone digitale

“Nell’Italia meravigliosa e perduta di oggi, con esistenze capaci di generosità e di donazione di sé, soprattutto verso i più deboli e bisognosi, nello splendore della ricchezza e della bellezza umana, affiora- spiega il professor Guido Brunetti in questa ampia, stimolante e brillante intervista- una società che presenta aspetti complessi, difficili e delicati”. “Una società dalla fenomenologia assai complessa, frustrante, stanca , stressata, e con molte forme di nevrosi individuali e collettive. Una moderna società avanzata caratterizzata dal trionfo della scienza e da forme di laicizzazione, decristianizzazione e secolarizzazione. Viviamo, come sostiene Bauman, in una società ‘liquida’, priva di principi e strutture forti, di legami duraturi, progetti, speranze, valori, certezze. L’individuo si preoccupa del suo Io ipertrofico, del suo benessere personale, del suo piacere qui e ora o dei consumi uso e getta. Anche il nuovo ordine mondiale troppo spesso appare ‘un nuovo disordine mondiale’. Un vuoto di principi, un istintivo edonismo tra pessimismo, malessere e disperazione.

E’ una società che proietta, secondo il filosofo polacco, ‘un’immagine meschina, debole e gretta’. Pure gli affetti e gli amori sono ‘liquidi’, così come la condizione minorile e giovanile. La vita degli adolescenti -spiega Brunetti- è caratterizzata da una sintomatologia multifattoriale: disturbi della personalità, ansia e depressione, frustrazioni, insicurezza, aggressività, tossicodipendenza, anoressia, bullismo, conflitti con i genitori, insegnanti e società, crisi di identità, autolesionismo e comportamenti violenti che possono sfociare fino al suicidio. I giovani poi sono sempre di più figli dei social network. Pochi poi leggono i libri. Padri e madri sono ‘puntualmente’, come rivelano alcune ricerche, ‘presi da smartphone, tablet e internet’, e stress da lavoro. In linea con questa concezione- precisa Brunetti – si pone anche Peter Sloterdijk, uno dei maggiori filosofi viventi, il quale parla di una società “schiumosa”. La metafora della ‘schiuma’ si riferisce a un’epoca insicura e incerta, come aveva già intuito Jaspers, attraversata da un permanente stress mediatico, che impedisce ogni riflessione.

Si tratta- aggiunge il nostro insigne interlocutore- di una fenomenologia le cui origini sono di natura polieziologica, hanno molteplici cause: personali, genetiche, familiari e socio-culturali. Siamo, secondo un Rapporto del Censis (2015), in presenza di una società in ‘letargo, sconnessa e impaurita, narcotizzata’ dalla liturgia di una cronaca ansiogena accompagnata da orrende e diseducative trasmissioni televisive; incapace di esprimere ‘una classe dirigente competente ed autorevole’. La politica a sua volta è dominata da ‘tribù’ e il consenso è controllato attraverso l’azione di ‘cacicchi’.

Come comprendere questi fenomeni?

“Le neuroscienze hanno il compito primario di comprendere la struttura e il funzionamento del cervello e della mente, e dunque dei comportamenti umani, normali e anormali. Finora, la ricerca mostra che i comportamenti degli uomini sono il frutto dell’evoluzione culturale e biologica e derivano da modi di agire e sentire già “presenti, come afferma de Waal, in altri mammiferi a diversi livelli. Il nostro cervello è una combinazione di bene e male, odio e amore, eros e thanatos, egoismo e altruismo, miseria e nobiltà, distruzione e autodistruzione, vita e morte. Il nostro Io si nutre di istinti ancestrali, di pulsioni, cioè, precisa Freud, di forze ‘sconosciute, indomabili e irreprimibili’. L’essere umano è animato dall’Ignoto e da una pulsione ‘demoniaca’, malvagia”.

Abbiamo bisogno di che cosa?

“In un’epoca di oscurantismo culturale, di impoverimento morale generalizzato e di smarrimento di principi e valori che per millenni ci hanno guidato, abbiamo bisogno- chiarisce Brunetti- di conoscenze, di cultura. La conoscenza è uno dei massimi beni dell’umanità, un sistema di vita necessario per la promozione della persona e dei popoli, per la libertà individuale, civile e sociale e per esercitare la democrazia. Senza l’evoluzione culturale e biologica non saremmo arrivati all’Homo sapiens. Il difetto maggiore dell’evoluzione è che il neocervello, la struttura più nobile dell’essere umano, non è ancora riuscito a sconfiggere il cervello del rettile, che è la più antica forma del cervello. Un cervello rettiliano, che ha la struttura e il comportamento del serpente, simbolo del male e di tutte le tragedie che da sempre affliggono l’umanità. Accanto all’Homo sapiens abbiamo perciò anche la presenza dell’ Homo maleficus , di chi non distingue il bene dal male e presenta istinti malvagi e comportamenti malevoli. Si tratta allora di operare verso quella dimensione spirituale, che fa l’uomo per eccellenza, che fa di lui un essere superiore al mondo, come già avevano sostenuto i primi grandi filosofi, come Socrate e Platone. Anzitutto e prima di tutto, affermava Socrate, bisogna curare l’anima, poiché lo spirito è la sede della conoscenza e della sapienza e, aggiungeva Platone, della virtù e del bene. Abbiamo quindi bisogno di un nuovo umanesimo che sappia al meglio sviluppare le capacità individuali e formare persone mature, autonome e libere”.

Dall’analisi della società contemporanea emergono nuovi comportamenti?

 “Dal complesso di questi fenomeni appaiono nuovi paradigmi, nuovi comportamenti e nuove usanze. Avanza una nuova categoria sociale. E’ quella che alcuni studiosi hanno definito ‘cafone digitale’, una figura figlia dell’educazione e della rivoluzione digitale, che compare ‘in molti luoghi e in ogni fascia d’età’. Lo scrittore Cotroneo ha parlato di ‘cretini’ e ‘cafoni’, come già si era espresso a suo tempo Ennio Flaiano. Il filosofo e semiologo Umberto Eco ha fatto riferimento a ‘legioni di imbecilli che hanno diritto di parola sui social media’. E’ la società -ha aggiunto- ad agevolare certe imbecillità. Per Luciano Gallino, già mio illustre professore all’Università di Torino, è ‘la vittoria della stupidità’, poiché sono scomparse due idee fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico. Ad aggravare queste perdite si è aggiunta per l’appunto ‘la vittoria della stupidità’. Il ‘nuovo cafone’ non è dunque il cafone umiliato e offeso di Verga, Pirandello o Corrado Alvaro, un povero cristo che in maniera darwiniana lotta per l’esistenza e la sopravvivenza; né quel soggetto senza speranza, fuori della Storia e della Ragione, di Carlo Levi, Rocco Scotellaro o Ignazio Silone. E’ un ‘parvenu’, ha studiato, una posizione professionale, camicia, giacca e cravatta all’ultima moda”.

Quali le sue caratteristiche?

“La sintomatologia è multiforme: complesso di inferiorità, frustrazione, insicurezza, povertà intellettuale e culturale, mancanza di empatia, arroganza, narcisismo, una personalità immatura. Lo sguardo perso nel suo iphone, frequenta Facebook, ma soprattutto Twitter perché ci sono i vip, una vetrina nella quale proiettare il suo Ego ipertrofico. Fa mostra di un sapere che non sa. Interviene su cose che non conosce. Parla senza sapere quello che dice. E’ uno- come sosteneva Galilei- che ‘quanto meno ne sa e ne intende, tanto più risolutamente voglia sentenziare e discorrere’. Sempre incollato al suo smartphone nell’orario di lavoro, tempo libero e perfino nell’intimità. Ostenta cultura e competenza, in realtà odia la cultura e gli uomini di cultura. La cultura, lui un frustrato, gli provoca ansia e ostilità, aggressività e soprattutto un senso profondo e pruriginoso di invidia viscerale, veri attacchi biliari. Fatto che gli impedisce di comprendere e apprezzare ‘l’umanitas’ nella sua ricchezza e interiorità. Il filosofo Alain Finkielkraut ha definito questo comportamento ‘oicofobia’. In sostanza, odio per la cultura. Sintomo che porta ad un altro atteggiamento chiamato ‘antropofobia’. La paura cioè di conoscere la grande varietà della conoscenza umana. Questo disturbo fobico si manifesta poi in una ‘risoluta e testarda negazione’ della cultura, della scienza, della letteratura e dell’arte.

Sono tratti di personalità che esprimono un deficit intellettivo, sociale ed etico, come già aveva intuito il grande poeta latino, Orazio, quando scriveva ‘Graecia capta ferum victorem cepit’ (la Grecia conquistata conquistò con la sua cultura il rozzo vincitore). Con arguzia partenopea, il filosofo Masullo ha scritto: ‘Il nuovo cafone non tiene scuorno, non tiene vergogna’. Non ha ritegno. E’ un individuo che ama la ‘Schadenfreude’, parola tedesca che indica ‘gioia per la sofferenza altrui’. ‘Assaporare la ‘Schadenfreude’- ha scritto Schopenhauer- è diabolico’. Chi non vede -ha affermato Nietzsche- ‘la grandezza della cultura, scruta quello che in lui è di più basso e così svela se stesso, un’anima bassa e grossolana”.

Professor Brunetti, all’inizio di questa interessante conversazione, lei ha accennato al cafone descritto da grandi autori. Può illustrarci in sintesi il loro pensiero al riguardo?

 “La letteratura ci presenta un quadro di lacerante umanità, di miseria e di dolore. Storie sofferte di personaggi ’vinti’ in partenza, come ‘quei vinti’ di Verga, che levano le braccia disperate e piegano il capo sotto ‘il piede brutale di vincitori’. C’è la lotta feroce per l’esistenza contro l’accanimento di un fato crudele. In Verga c’è una visione esistenziale il cui pessimismo travolge tutti i “villani”. Un mondo negato al futuro e alla speranza, aspro e rigido, chiuso nella sua fatica di vivere nella ‘tortuosa psicologia delle classi dominanti’. Pur nella presenza sacrale di certi principi e di rituali antichi, residui di una civiltà primitiva, l’esistenza umana viene assunta come solitudine e ‘cosmica infelicità’. Anche Pirandello, che descrive la Sicilia contadina, perviene ad una interpretazione dell’esistenza segnata dalla crisi dell’Io impotente di fronte al mistero universale che lo circonda. I temi della sua opera: l’incomunicabilità,l’alienazione, la disperata coscienza di una realtà dolorosa, la lotta dell’individuo contro le contraddizioni sociali, l’angoscia dell’uomo moderno. Nella stessa direzione si pone Corrado Alvaro, il quale parla della sua terra, dei suoi pastori e della loro vita fatta di stenti.    Ignazio Silone ci presenta un universo contadino, disperato ed immobile nel tempo, a partire dalla rappresentazione dei cafoni, i contadini senza speranza di ‘Fontamara’, da sempre “assuefatti” alla sofferenza e al duro lavoro. E’ la storia di gente comune, il popolo degli umili, che ha sofferto fame, miseria e ingiustizie sociali. ‘Ecco- afferma Silone- l’idea che i cafoni hanno della gerarchia nel governo del mondo: in capo a tutti c’è Dio, poi viene il Principe Torlonia, poi le guardie del Principe, poi i cani delle guardie, poi nulla. Poi i cafoni’. Emerge una penosa condizione umana, sociale e morale messa in evidenza anche da Carlo Levi, il quale descrive i contadini della Lucania, una terra ‘senza conforto e dolcezza’, dove l’individuo vive nella miseria e nella lontananza la sua immutabile civiltà, espressione di uno ‘sconsolato complesso di inferiorità’. ‘Noi non siamo cristiani, dicono i personaggi di Levi, non siamo considerati come uomini, ma bestie da soma’. Ancora sui contadini del Sud si sofferma il molisano Francesco Jovine, la cui opera descrive una realtà in divenire, non più racchiusa nell’arretratezza e nel pessimismo, ma aperta alla speranza”. Concludendo, è un mondo dove l’uomo è solo ‘vittima’ di una insensatezza onnivora. Una realtà che si pone nel filone della letteratura sugli ‘umiliati e offesi’ di ‘Povera gente’ di Dostoevskij e di ‘Anime morte’ di Gogol’. Anime sospese.

Dalle pagine di questi scrittori appare una umanità dolente e ferita, ma con la coscienza di possedere una dignità, qualità che è sintomo dell’antica civiltà contadina”. Storie di sofferenza. Una condizione dell’ esistenza penosa, amara e crudele , vissuta come espressione del destino, con tutto l’angosciato ‘pathos di rassegnazione’. Sullo sfondo, c’è l’antica speranza, l’antica attesa della solidarietà e della ‘pietas’ umana e cristiana”. Il professor Guido Brunetti, origini abruzzesi, vive e lavora a Roma. Scrittore di fama, ha tenuto lezioni nelle Università di Roma, Lecce e Salerno. E’ autore di numerosi libri che spaziano nei più diversi campi delle neuroscienze, della psichiatria e della psicoanalisi. E’ stato insignito nel 2006 dal Presidente della Repubblica dell’onorificenza di ‘Benemerito della Cultura e della Scienza’.

Giuseppe Catania

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