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A Palazzo d’Avalos si è parlato del rapporto informazione – sistema giudiziario

Il convegno su sicurezza e legalità ha rappresentato anche l’occasione per parlare con gli illustri presenti del rapporto tra il mondo dell’informazione e il potere giudiziario.

Alla presenza del sindaco di Vasto Luciano Lapenna, del presidente del tribunale di Vasto, Bruno Giangiacomo, del presidente dell’Ordine forense vastese, Vittorio Melone, del Comandante della Compagnia dei Carabinieri di Vasto, Giancarlo Vitiello, del presidente del Rotary Club Vasto, Antonella Marrollo, e di tanti amministratori e cittadini, è stato il moderatore Christian Lalla a pungolare a riguardo il capo della Procura vastese Giampiero Di Florio parlando del processo della Sanitopoli abruzzese. “La stampa ha cercato di celebrare un processo parallelo a quello che si stava celebrando nelle aule giudiziarie, ma nessuno ha cercato una sponda mediatica”, ha detto Di Florio.

Il magistrato ha parlato anche di “distorsione mediatica colpevole dovuta a tecnicismi incomprensibile per i non addetti ai lavori, e deliberata in cui si cerca di spostare il tiro del processo speculando in modo parallelo per cercare odiens ed andando oltre la presunzione di innocenza, con il rischio di un condizionamento stretto dei magistrati assolutamente da evitare per prevenire la delegittimazione della struttura giudiziaria”.

“Il giornalista deve rappresentare la realta’ sostanziale dei fatti, ma nel rapporto con la politica e la magistratura il giornalista si trova ad essere l’elemento piu’ debole di fatto anche per il disconoscimento in atto della mediazione giornalistica”, ha detto, invece, Stefano Pallotta, presidente dell’Ordine dei giornalisti d’Abruzzo, che, poi, ha aggiunto “i magistrati non si rapportano in maniera corretta con i giornalisti che sono costretti a rincorrere altre fonti. Dunque, il rapporto va rivisto dando ai giornalisti una forza che ora non hanno”.

Non poteva mancare un passaggio sull’oligopolio di cinque grandi gruppi editoriali in Italia “non abbiamo editori che vogliano investire nell’informazione, ma solo imprenditori che usano l’informazione per ritorni personali”, ha sottolineato Pallotta secondo il quale “la spettacolarizzazione delle notizie e’ frutto anche dell’amore criminale degli italiani”.

“Perche’ le testate locali raccontano solo le cose che non vanno?”: questa la domanda provocatoria con la quale ha iniziato il suo intervento l’on. Giovanni Legnini, vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, che non ha perso l’occasione per lamentare le profonde carenze attuali dell’intero sistema giudiziario a livello comunicativo anticipando un profondo cambiamento nella comunicazione istituzionale del CSM, che, “in quanto strumento dell’autogoverno della magistratura, per tanto tempo e’ stato ritenuto una questione interna alla magistratura quando, invece, riguarda tutta la collettivita’”. E non solo, perche’ anche la Corte dei Cassazione e la Corte Costituzionale dovranno avere un proprio ufficio stampa.

Per Legnini “il tema rilevante e’ come si comunica la giustizia e la legalita’ nel nostro Paese che e’ insufficiente, frammentata e legata a interessi periferici. Il modo con il quale si comunica la decisione di un tribunale influenza la percezione di come funziona la giustizia nel nostro Paese”.

Il parlamentare ha annunciato anche che il Governo ha “regolato la presenza dei magistrati in televisione dove non possono piu’ apparire per parlare di procedimenti in corso salvo autorizzazione del CSM”. Questo in un momento nel quale “la stragrande maggioranza dei magistrati pensa che non hisogna comunicare niente, mentre qualcuno pensa che si deve comunicare tutto, ma in sede europea si e’ stabilito che comunicare per la Procura e’ un dovere”.

Legnini ha riportato anche i dati di una ‘curiosa’ ricerca condotta sugli italiani ha rilevato che oltre la meta’ di essi (54 per cento) ritiene che i magistrati siano condizionabili dall’interno o dall’esterno, il 74 per cento pensa che siano influenzabili dalla politica, il 5 per cento che lo siano dagli interessi sociali, cose che pensano solo il 5-7 per cento dei magistrati

Restano, pero’, alcuni interrogativi cui dare risposte, come quello sul codice linguistico da adottare nel comunicare gli atti delle istituzioni giudiziarie.

Luigi Spadaccini
(spadaccini.luigi@alice.it)

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