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L’arivescovo Bruno Forte: “La gioia del Vangelo”

 

 

 

 

Vorrei accendere sette luci sul tema della gioia del Vangelo, una sorta di “menorah” che ci aiuti a vivere la gioia promessa e offerta da Gesù, nel tempo e per l’eternità.

  1. La gioia è l’esperienza del sentirsi amati: perciò la fede ebraico-cristiana, fondata sulla certezza che Dio c’è e ci ama fino a fare alleanza con noi per sempre, è fonte inesauribile di gioia: «La gioia del Signore è la nostra forza» (Ne 8,10). La gioia scaturisce dall’umile riconoscimento della presenza amorosa del Signore nei

tanti doni che riempiono l’esistenza, dal cielo sopra di noi, al cuore che batte in noi, dall’amore che ci dona coraggio e vita alla confessione delle meraviglie che il Signore ha fatto e fa per noi e che ci spingono a ringraziarLo e incontrarLo sempre nuovamente: «Di gioia fai gridare la terra, le soglie dell’oriente e dell’occidente» (Sal 65,9) – «Verrò all’altare di Dio, al Dio della mia gioia, del mio giubilo» (Sal 43,4). È la gioia di riconoscere nello stesso esistere il dono dell’amore creatore e nel saperci chiamati dall’Eterno all’alleanza d’amore con Lui…

Ci riconosciamo amati dal Padre? Ne sperimentiamo il dono d’amore e la gioia che ne consegue?

  1. La gioia è proclamata in maniera nuova e definitiva dalla buona novella dell’avvento del Dio con noi: è la gioia del Vangelo, che nasce dalla buona novella del Dio fattosi uno di noi per amore nostro: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore… Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente» (Sof 3,14. 17). È la gioia compiutasi con la nascita del Verbo nella carne: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore» (Lc 2,10s). È la gioia connessa con l’“ora” di Cristo, il suo mistero pasquale: «Così anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16,22s). Viviamo la gioia contagiosa di un incontro sempre nuovo col Cristo Gesù, vero senso della nostra vita?
  1. L’incontro col Dio vivente comunica la gioia, che accompagna la vita e la missione del credente nel tempo: è la gioia della fedeltà di Dio, sperimentata sempre di nuovo nella storia, anche nel tempo della prova più grande, della quale gli esuli che ritornano rendono testimonianza: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia» (Sal 126,3). Perciò, anche nella persecuzione i discepoli restano «pieni di gioia e di Spirito Santo» (At 13,52). Questa gioia è un dono dall’alto, un frutto dello Spirito, che consegue all’essere avvolti nel mistero dell’amore trinitario, sperimentato nella forza dello Spirito che accende in noi la fede e la speranza: «Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito Santo» (Rm 15,13). Chi dimora nella Trinità, lasciandosi condurre dallo Spirito, vive l’esperienza della gioia, nutrita di preghiera e di azione di grazie: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,10s). Ci sforziamo di essere docili allo Spirito Santo per dimorare nella Trinità, dando il primo posto alla dimensione contemplativa della vita?
  1. Questa gioia trabocca e domanda di essere annunciata e donata: è la gioia del servizio: il Signore va servito «con gioia e di buon cuore» (Dt 28,47). «Servite il Signore nella gioia» (Sal 100,2).È la gioia del partecipare ad altri il dono ricevuto: «Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia perfetta» (1 Gv 1,3s). Questa gioia si rivela nel portare con Cristo il peso della sofferenza, propria e altrui: «E anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull’offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me» (Fil 2,17s). È la gioia del servo buono e fedele: «Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; entra nella gioia del tuo Signore» (Mt 25,21 e 23). Siamo disposti a vivere la gioia dell’essere servi, costituiti tali per gli altri dall’amore di Dio in Gesù Cristo?
  1. È la gioia escatologica, nutrita dalle promesse di Dio: «Come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Is 62,5). È la gioia della vita nuova, anticipo d’eterno, che nasce dall’amore a Cristo e pervade tutta la vita: «Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove, perché il valore della vostra fede, molto più preziosa dell’oro, che, pur destinato a perire, tuttavia si prova col fuoco, torni a vostra lode, gloria e onore nella manifestazione di Gesù Cristo: voi lo amate, pur senza averlo visto; e ora senza vederlo credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre conseguite la mèta della vostra fede, cioè la salvezza delle anime» (1 Pt 1,6-9). È la gioia delle beatitudini, che tirano nel presente degli uomini il domani della promessa di Dio (cf. Mt 5,3-12. 16). Come viviamo nella nostra vita lo spirito delle beatitudini e la gioia della speranza escatologica? Ne siamo annunciatori e testimoni in parole e opere?
  1. Chi fa esperienza della gioia così descritta non può tenersela per sé, deve comunicarla agli altri: è la gioia di evangelizzare. Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, futuro papa Francesco, in una congregazione generale prima del Conclave in cui sarebbe stato eletto papa, fece un intervento che aveva intitolato “La dolce e confortante gioia di evangelizzare” (riportato dalla rivista dell’Arcivescovado de L’Avana), nel quale affermava: “Si è fatto riferimento alla evangelizzazione. È la ragione d’essere per la Chiesa, ‘la dolce e confortante gioia di evangelizzare’ (Paolo VI). È lo stesso Gesù Cristo che, dal di dentro, ci spinge”. E proseguiva: 1) Evangelizzare suppone zelo apostolico. Evangelizzare suppone nella Chiesa la parresía di uscire da se stessa. La Chiesa è chiamata a uscire da se stessa e andare nelle periferie, non solo geografiche, ma anche nelle periferie esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, dell’ignoranza e del disprezzo religiosi, del pensiero, e di ogni tipo di miseria. 2) Quando la Chiesa non esce da se stessa per evangelizzare, diventa autoreferenziale e si ammala (cfr. la donna curva ripiegata su se stessa di cui parla Luca nel Vangelo: 13,10-17). I mali che, nel tempo, colpiscono le istituzioni ecclesiastiche sono l’auto-referenzialità e una specie di narcisismo teologico. Nell’Apocalisse Gesù dice che Lui è alla porta e bussa. Ovviamente il testo si riferisce al fatto che lui colpisce la porta dal di fuori per entrare… Ma penso ai momenti in cui Gesù bussa dall’interno per lasciarlo uscire. La Chiesa autoreferenziale pretende di tenere Cristo dentro di sé e non lo fa uscire. 3) Quando la Chiesa è auto-referenziale, senza rendersene conto, crede di avere una luce propria, cessa di essere il mysterium lunae, e dà spazio a questo male tanto grave che è la mondanità spirituale (secondo de Lubac è il peggior male che possa capitare alla Chiesa). Questo vivere per darsi gloria gli uni gli altri. Semplificando, ci sono due immagini della Chiesa: la Chiesa evangelizzatrice che esce da sé, la Chiesa “Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans”, e la Chiesa mondana che vive in sé, di sé e per sé. Questo deve far luce sui possibili cambiamenti e sulle riforme che devono essere fatte per la salvezza delle anime. 4) Pensando al prossimo Papa: un uomo che, che dalla contemplazione di Gesù Cristo e dall’adorazione di Gesù Cristo aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso le periferie esistenziali, che l’aiuti a essere madre feconda che vive della ‘dolce

e confortante gioia di evangelizzare’”. È quello che chiediamo per ognuno di noi, perché possiamo essere candidati

credibili alla gioia eterna e irradiando la gioia del Vangelo possiamo prepararci a farne parte un giorno, camminando con umiltà, fiducia e convinzione sulla via della santità…

  1. Una preghiera di Mons. Guglielmo Giaquinta può aiutarci ad accogliere l’amore di Gesù, fonte della gioia che non delude e che s’irradia come dono sugli altri: “Gesù, il tuo pensiero mi illumini. La tua parola mi guidi. I tuoi occhi mi seguano. I tuoi orecchi mi ascoltino. Le tue braccia allargate sulla Croce mi aprano all’amore universale. I tuoi piedi crocifissi mi spingano a donarmi senza misura di stanchezza ai fratelli. Il tuo cuore aperto sia per me fonte di grazia nel cammino e luogo di riposo nella stanchezza”. Gesù sii la mia gioia, oggi e per sempre, nel tempo e per l’eternità! Amen!
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