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I preti: sì all’accoglienza, ma gli spazi sono pochi

 

 

 

La disponibilità dei parroci ad accogliere l’appello di Papa Francesco ad ospitare gli immigrati si scontra, a Chieti e provincia, con la carenza di locali, molti dei quali non adeguati ad ospitare famiglie.

«Condivisione e accoglienza sono da sempre i motori che animano l’attività parrocchiale: si tratterà di allargare la coperta e fare uno sforzo in più per dare sostegno alle famiglie di profughi che troveranno riparo a Chieti». Don Domenico Melchiorre, guida spirituale da oltre 30 anni della parrocchia di Sant’Anna a Chieti, non ha dubbi: «La solidarietà deve essere collettiva. A Chieti ci sono diversi edifici della Chiesa che potrebbero essere valorizzati e adibiti all’accoglienza dei profughi. Il convento del Sacro Cuore, per esempio, attualmente occupato solo in parte dalle suore, come pure l’ex collegio delle Orsoline». Don Domenico si spinge oltre e propone: «Perché non ospitare qualche famiglia anche al Seminario regionale? Le parrocchie credo siano pronte ad affrontare questa accoglienza, senza ovviamente penalizzare le altre famiglie che da anni vengono aiutate da sacerdoti e parrocchiani. Attendiamo disposizioni dal nostro vescovo Bruno Forte».

L’appello del pontefice è accolto col sorriso dall’arcivescovo di Lanciano-Ortona, Emidio Cipollone: «Papa Francesco da tempo parla di accoglienza, di aprire la Chiesa. Noi, come Curia, ci siamo già attivati con la Caritas diocesana per studiare come accogliere le famiglie in difficoltà, ora dobbiamo rivedere i “programmi” perché il Papa ha ampliato i confini dell’offerta di aiuto. Stavamo ragionando in termini di diocesi, adesso dovremo chiedere disponibilità alle singole parrocchie. Alcune non hanno spazi fisici in cui accogliere le persone, le canoniche non sono in buone condizioni. Il 15 avremo il consiglio presbiteriale e affronteremo l’argomento. Certo è che non dobbiamo attendere l’invito del Papa: dobbiamo essere noi a prendere l’iniziativa, ad aprire le nostre porte agli altri».

«Condivido appieno il messaggio del Papa», dice don Domenico Di Salvatore di Santa Maria Maggiore, a Lanciano, «ma non è di facile applicazione per tutti, anzi. Ci sono posti, come la mia parrocchia dove a stento riesco a stare io, ma c’è l’impegno a trovare soluzioni». «Anni fa accolsi in parrocchia una famiglia di profughi rimasta bloccata dalla neve. Rimasero 15 giorni e fu una bella esperienza», racconta don Michele Di Lorenzo, parroco e direttore della pastorale della cultura, «è un dovere di umanità accogliere, un impegno cristiano. Credo che un locale si possa trovare in ogni chiesa».

 «Il messaggio del papa è più ampio», ritiene don Giovanni di Madonna del Carmine, sempre a Lanciano, «nel parlare di parrocchia non fa riferimento solo a chiesa e canonica ma indica una comunità, le famiglie, quindi il concetto di accoglienza si allarga».

«L’invito del Santo Padre non ci coglie di sorpresa, da tempo la Curia vastese ha avviato un progetto di accoglienza in collaborazione con le istituzioni e le forze dell’ordine», dice don Gianfranco Travaglini, parroco della cattedrale di San Giuseppe, «la Caritas offre da tempo aiuti e pasti agli immigrati. L’ospitalità è argomento di confronto fra parrocchie, Comune, prefettura e forze dell’ordine. Stiamo cercando la soluzione migliore per chi arriva, senza perdere di vista chi c’è e senza dimenticare che la materia è delicata». «Da tempo abbiamo messo le parrocchie al servizio dei profughi», aggiunge don Antonio Bevilacqua, parroco di San Lorenzo, sempre a Vasto, «ora aspettiamo indicazioni dal vescovo sull’ospitalità abitativa».

«È necessario accogliere gli immigrati in una situazione di emergenza come quella attuale, in attesa che si trovino soluzioni al problema», commenta il parroco di Tollo, padre George Olickal. Tuttavia mettere in pratica l’invito del Santo Padre non è semplice, soprattutto nelle piccole comunità: «Sarebbe bello poter ospitare famiglie, ma è complicato», aggiunge il parroco, «bisogna tener presente che esistono anche persone del posto che vivono già di per sè momenti di grande difficoltà». Don Ezio Rossi, direttore dell’istituto salesiano di Ortona, è stato sei volte in Africa: «L’accoglienza non è solo un atto di generosità verso i profughi, ma è rispondere a un senso di giustizia. Hanno il diritto di essere accolti perché ciascuno di noi in quelle condizioni si appellerebbe a chi lo può aiutare. L’invito di papa Francesco va colto nella sua semplicità ma anche nella sua concretezza».

«Papa Francesco ci sta aiutando a riflettere e vivere uno stile di chiesa concreto, solidale e aperto alle esigenze dei poveri», afferma don Emiliano Straccini, parroco di Fara San Martino e vicario della zona pastorale di Casoli, «l’accoglienza deve tener conto del rispetto delle persone che si ospitano, delle loro esigenze culturali e religiose, oltre che materiali; è un discorso complesso che non può basarsi su un fattore emotivo». «Abbiamo affrontato l’argomento nella riunione con i catechisti», dice don Domenico Larcinese, parroco di Paglieta, «ci siamo detti: teniamoci pronti per dividere gli spazi che abbiamo». «Sono spalancate porte e finestre per trovare la soluzione giusta per tutti», dice don Leo Rosa, parroco di San Donato Martire a Fossacesia, «in parrocchia ci sono locali, però bisogna attrezzarli, dopodiché potremmo attivarci. Occorre un po’ di buona volontà, che certo non manca alla nostra comunità». «Non si può che essere favorevoli, ma bisogna vedere se ci sono luoghi idonei per poter ospitare una famiglia», commenta padre Pierluigi Di Eugenio, superiore dei padri passionisti di San Giovanni in Venere, «anche se il convento sembra ampio,non vi sono tanti locali da mettere a disposizione».

(fonte il centro)

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