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Pietro Fuccio: “La sfida del Siren Festival? Far convivere Verdena e Jon Hopkins”

 

 

 

 

C’è un festival, nel centro Italia, che tenta di portare in un piccolo paese di mare una serie di artisti italiani e internazionali di enorme valore. Spesso band che all’estero fanno grandi numeri e che in Italia hanno uno zoccolo importante, spesso però spalmato su tutto il territorio. L’obiettivo è quello di radunarli, fare da catalizzatore di passione, essere, insomma, un punto di riferimento. È il Siren Festival che si tiene a Vasto e che quest’anno cercherà di bissare il successo della prima edizione, che ha visto alternarsi sul palco artisti come The National, Mogwai, John Grant, Thyco e tanti altri, unendo la musica a un’idea di festival che uno degli organizzatori, Pietro Fuccio, spiega non essere comune in Italia. Se all’estero l’idea di Festival è qualcosa di radicato, noi preferiamo le rassegne, benché ci siano piccole realtà che ormai sono punti di riferimento per gli appassionati. Al suo secondo anno, insomma, possiamo dire che anche il Siren è diventato uno di quegli appuntamenti di cui ci si comincia a chiedere, qualche mese prima di luglio, quale sarà la line up.

Fuccio, fondatore di DNA Concerti, conosce molto bene il mondo degli eventi musicali, portando in giro per il Paese ogni anno tantissimi artisti (stranieri ma non solo, visto che nel rooster ha gente come Verdena), e lo scorso anno è stato contattato da Louis Avrami, americano che per anni ha passato le vacanze a Vasto, il quale gli ha chiesto di organizzare qualcosa là. E così è nato il Siren. Quest’anno la line up non ha nulla da invidiare né a quella dello scorso anno, né a quella dei colleghi più grandi, ed è ancora una volta caratterizzata da una varietà di generi che porterà nella città abruzzese artisti come James Blake, Verdena, Sun Kil Moon, Is Tropical, The Pastels, Colapesce, Iosonouncane e tanti altri. Con la speranza di poter utilizzare un po’ di più la zona mare, che lo scorso anno a causa del maltempo non fu sfruttata al massimo.

La prima edizione è andata molto bene, qual è il passo necessario per crescere ancora di più?

Si può e deve fare ancora tantissimo. Se dovessi dirti una cosa su cui abbiamo lavorato molto quest’anno è stato cercare di recuperare un po’ di più la parte mare di Vasto, perché l’anno scorso anche per colpa del maltempo non siamo riusciti ad utilizzarla appieno. Speriamo di riuscire a far scoprire a chi verrà che c’è anche una parte marittima che poi è quella per cui Vasto è conosciuta ed è quasi paradossale che tutti l’abbiano apprezzata per la sua parte alta che solitamente è quella più da scoprire. La cosa che ci ha colpito di Vasto è che c’è il meglio dei due mondi: quello che piace alla gente, dell’Italia, è che c’è tanta arte e un bellissimo paesaggio preferibilmente di mare e Vasto le ha entrambe. È stata una delle priorità che ci siamo dati.

Qual è stata la risposta della città, non solo da parte delle Istituzioni, ma anche da parte della gente, di coloro che abitano nei palazzi inclusi nell’area concerto?

Rispetto ad altri posti ho visto meno ostilità di quello che mi sarei aspettato. Forse c’è stato un po’ di mancanza di coinvolgimento della città perché la proposta musicale che abbiamo portato è più da palati fini. Anche quando parli di gruppi di rilevanza internazionale come Mogwai e The National parli comunque a un pubblico molto preparato, è difficile che se fermi una persona per la strada sappia chi sono i National e i Mogwai per cui credo, e so, che molta gente non si è interessata perché non conosceva i nomi. In realtà avevamo cercato di coinvolgere la comunità attraverso delle attività, degli spazi e una parte della programmazione aperta a tutti, così da puntare sulla curiosità invece di dover spendere 60 euro di biglietto per vedere quello che succedeva. Ma su queste cose bisogna prendersi le misure a vicenda e anche lì ci stiamo lavorando.

Però, immagino che non essendo Roma, Milano o Barcellona un po’ ve l’aspettavate. Nessuno vi ha chiesto di portare un nome grande: sai, tipo Tiziano Ferro? 

In realtà no, ci avevo già pensato che è abbastanza strano, nel senso che solitamente se vai da un assessore a dire ‘Voglio farti il concerto’ e non gli fai il nome di qualcuno che è passato in radio nelle due ore precedenti, non ne esci con qualcosa in mano. In realtà non so bene perché si siano fidati del potenziale di un festival di gente non conosciutissima qua. C’è comunque una persona in Comune che è interessatissima, e il fatto che ci sia stato qualcuno che ha garantito sulla qualità di quello che andavamo a proporre sicuramente ha favorito. Poi sapete tutti che il festival lo organizzo con una persona che è residente negli Stati Uniti e forse anche questa cosa ha portato una sorta di credibilità.

L’anno scorso mi parlasti di respiro internazionale – ovviamente parliamo di un secondo anno, di una realtà che sta crescendo e di una città che è comunque periferica : a che punto siete?

Ci siamo accorti che è molto difficile fare una promozione efficace e sostenibile a livello internazionale. Avremo anche quest’anno una testa partner, InSound. Il problema è che devi parlare a tanti Paesi diversi, dove c’è un pubblico che potenzialmente potrebbe venire al festival ma non è facile intercettarli. È complesso, c’è da fare di più, ma è fondamentale perché per avere tanta gente che viene a un festival in Italia devi avere anche gli stranieri, visto che più di tanti italiani non riesci a coinvolgerli. 

Ma te l’aspettavi la gente che è venuta lo scorso anno? Pensavi fosse di più, di meno…

Guarda abbiamo fatto il 90% di quello che ci aspettavamo a livello di numeri, che credo sia buono perché in genere se ti aspetti 100 poi sei contento se fai sopra i 60, quindi, sì, siamo stati contenti. 

Qual è il pregio maggiore che hai visto sul campo e quale il difetto più grande? 

Per quanto sia sempre difficile dire bene di quello che hai fatto credo che il livello organizzativo fosse di buon livello considerando che era il primo anno che lavoravamo lì, era la prima edizione del festival e avremmo potuto fare molti più casini. Sulle cose da migliorare, come ti dicevo prima, avrei preferito che funzionasse meglio la parte mare. Mi è dispiaciuto perché il festival che sogno io è quello in cui la gente si diverte 24 ore su 24. Un’altra cosa che mi è piaciuta molto è che su due persone che sono venute al festival, una è rimasta per tutto il festival. Il grosso dei festival italiani sono fatti da 3 concerti:  per tre giorni consecutivi c’è un artista medio grosso e poi 3/4 artisti di contorno e se va bene alla fine la gente dice: ‘Mi vado a vedere i Killers, vado a vedere i Sigur Ros, vado a vedere i Franz Ferdinand’, ma sicuramente questo non è un festival. Il festival, per me, è quella cosa per cui prendi, parti e vai fuori città in un posto mediamente sperduto e stai lì 2/3 giorni a goderti tutto quello che ti succede. Per questo, quando ho visto che per ogni biglietto singolo avevamo venduto un abbonamento ho detto ‘bingo!’, questa cosa in Italia non  è mai riuscita a nessuno.

La line up pare sempre più consolidarsi su un mix che comprende rock, pop ed elettronica. Avete puntato su un’anima variegata, rispetto a un indirizzo che si focalizzasse su una sonorità particolare… 

In Italia non puoi costruire un festival su un’eccessiva monotematicità della proposta. Già abbiamo il problema che se vuoi fare dei grossi numeri devi avere un certo tipo di artisti, ma quegli artisti lì non li puoi mischiare in nessun modo e nessuna forma con quello che gira nel resto del mondo. L’Heineken Jammin’ Festival dimostrava come non puoi fare un festival di quelle dimensioni in Italia, perché loro, per ragioni commerciali avevano bisogno di mettere Vasco Rossi un anno su due, per fare certi numeri. Insomma, qua parti dal presupposto che hai la possibilità di muoverti su uno spazio operativo molto limitato, se poi devi continuare a spaccare il capello in 5000 per cui chi ascolta i Verdena dice che non vuole vedere Jon Hopkins e viceversa è la fine. La nostra sfida è scommettere sul fatto che alla fine la gente abbia un’apertura mentale maggiore di quello che a volte si pensa e cercare un po’ di educare il pubblico a superare certi steccati. Infine c’è il problema che fare una line up ideale dipende da una quantità di fattori che non puoi controllare e quindi è ovvio che non riuscirai mai ad avere tutti gli artisti che avevi puntato dall’inizio. 

Ovviamente tutti i nomi sono stati scelti da te (o comunque avallati). Ma se io avessi solo due ore, quale nome mi consiglieresti?

Beh, dovrei chiedere quali sono i tuoi gusti. Comunque diciamo che direi James Blake che è un artista che in Italia da quando esiste non siamo riusciti a portare una seconda volta, dopo che fece il famoso tour promozionale del primo disco. Ti parlo da operatore che per 4/5 volte gli avrà fatto 40 offerte ma per un motivo o per un altro non siamo mai riusciti a incontrarlo un’altra volta. E finalmente riusciamo a farlo tornare, poi in una cornice così particolare, ed è un fatto eccezionale.

Inoltre, sempre sulle pagine de “L’Espresso”, è apparsa questa breve ma sintetica nota sull’evento che nei prossimi giorni sconvolgerà Vasto.

“La Mecca italiana dell’indie rock va in scena a Vasto, in Abruzzo, dal 23 al 26 luglio e porterà in italia il meglio della musica indipendente mondiale: Jon Hopkins, Sun Kil Moon, The Pastels. Assieme agli italiani Iosonouncane, Verdena e Colapesce. Tutti assieme nell’unico festival italiano sul mare: ideale per chi già ora inizia a soffrire il caldo della città.”

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