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Quando passioni civiche di spessore animavano Vasto

Riceviamo e pubblichiamo. Quando il dislivello si fa ampio, incolmabile, la mente si rifugia nel passato, colà cercando un appiglio, una lezione che le consenta di veleggiare tra i perigli di questo tempo. Un tempo, l’ho detto tante volte, nel quale non mi riconosco, nel quale faccio fatica a collocarmi. Ed in effetti, me ne sono tratto fuori più prosaicamente di quanto fece, all’epoca, Plinio Correa de Oliveira, il quale, elegantemente, girò le spalle al suo presente, volgendo l’anima, e lo studio, alle epoche antiche. Io, per l’appunto, alla contemporaneità rivolgo le terga. Quello che fu, dunque, con le sue valenze. Qualche decennio fa, Vasto seppe coinvolgersi in passioni civiche di spessore: si parlava in piazza, si discuteva, si riuscì a produrre idealità, ad incamminarsi sulla via del rinnovamento.

Da bambinetto, percepivo di vivere qualcosa di entusiasmante, di insolito, da adulto, da vecchio, sono ora convinto che la nostra Città abbia in sé una propensione a ritrovarsi attorno ai valori. Che sono quelli di sempre. All’epoca, i partiti erano delle caserme, con le loro regole, ferree, i loro statuti e, soprattutto, con i loro probiviri. Dai quali proveniva, se del caso, la nota censoria: chi ne era destinatario non si riaveva più. Con tutti i loro difetti, le sigle politiche, caratterizzate, al loro interno, da un forte senso di appartenenza, avevano almeno il pregio di non strutturarsi come un mercato nel quale si entra, si esce e si rientra a proprio piacimento. Se non altro, la forte ideologizzazione era un locus resistentiae nei confronti dell’epifenomeno televisivo-mediatico nel quale imperversano veline truccate a dovere. A Vasto, la situazione si stabilizzò nel luglio del 1968, quando, poco dopo la morte di don Felice Piccirilli, nella giunta guidata dal sindaco Silvio Ciccarone, entrarono due esponenti del Pci. Prima di allora, sia pure per breve periodo, i comunisti avevano appoggiato un governo cittadino composto dai soli esponenti del Faro. L’approdo, che non fu facile, passò attraverso fasi molto convulse, dai forti toni polemici. Ne parla da par suo il prof. Costantino Felice (Vasto, storia di una città, ed. Donzelli) che rende molto bene l’atmosfera di quei giorni, caratterizzati da ‘lacerazioni profonde nel tessuto civile e persino nei rapporti personali’. Rimando, per ogni altro particolare, alla monumentale opera del Felice, di cui consiglio la lettura e lo studio, a cominciare dalla introduzione, che è un utilissimo, breve trattato sulla storiografia e sul difficile compito dello storico. Eccoti, dunque, in una città dove per la prima volta la Dc scende al di sotto del 50%, una giunta formata da un partito presente su tutto il territorio nazionale e una lista civica, che esprime la figura del primo cittadino. Il Pci, dominato, all’epoca, dalla figura di Domenico Laporese, ‘più innamorato di Vasto che delle ferree logiche di partito’ (Nicolangelo D’Adamo, Felice Piccirilli sacerdote, dinamiche strutturali e coscienza cristiana di una comunità, Cannarsa ed.), fece la sua scelta, e si comportò di conseguenza. Le liturgie interne (e parlo del Pci) andarono a farsi benedire. Non solo: il Faro, da parte sua, aprì le porte al Msi e al Pri, che per coerenza non presentarono proprie liste. Sembra incredibile, ma è una storia vera. È storia.

Giacinto Zappacosta

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