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La Madonna dell’umiltà di Nicola da Guardiagrele

Il dipinto firmato da Nicola da Guardiagrele è presente nella Galleria degli Uffizi di Firenze nelle stanze dedicate al gotico internazionale. La rivista “L’illustazione Abruzzese” ne rivendicò la scoperta, dedicandogli un articolo nel n° 2 del 1905. Nello stesso anno un antiquario fiorentino comprò l’opera per un prezzo esiguo e la inviò alla Mostra d’Arte Antica che si teneva a Chieti. L’anno successivo, dopo la riemersione dall’oblio, il quadro venne rivenduto al museo fiorentino per una cifra altissima per i tempi. Restò nei depositi del museo fino al 1994, quando a seguito dell’attentato dinamitardo di via dei Georgofili, si dovette procedere ad un riordino dell’esposizione museale.

Il soggetto iconografico rappresentato è la Madonna dell’umiltà, cara agli ordini mendicanti. La Vergine appare seduta a terra su un cuscino, col bambino Gesù in grembo. La rappresentazione della madre e del figlio accovacciati si contrappone alla tipica posa assunta dalle Maestà assise in trono. Il ruolo della chiesa è simboleggiato dalla figura della Madonna, che si mostra umile nei gesti, seppure non negli ornamenti, mostrando una certa affinità con la sensibilità dei nuovi ordini monastici e delle classi cittadine emergenti in cui l’opera trova un destinatario ideale: la nascente borghesia mercantile. .

L’autore è il noto orafo ed incisore Nicola da Guardiagrele. Furono apprezzatissime dai contemporanei le di lui croci processionali, gli ostensori, i busti-reliquari (Il San Giustino teatino trafugato), i paliotti d’ altare e un’ opera fatta in collaborazione con il proprio maestro Paolo Romano, che si trovava niente di meno sull’altare della cappella papale distrutta nel 1527 nel sacco di Roma dai lanzichenecchi protestanti.

L’ artista visse all’inizio del XV secolo. Il dipinto è riconducibile al suo primo periodo artistico caratterizzato da una forte dipendenza dal gotico internazionale, come dimostrano altre sue opere: l’ostensorio di Francavilla al Mare del 1413 e quello di Atessa del 1418.

La madonna nel dipinto, coperta da un manto azzurro ricamato su un tessuto broccato con fiori d’ oro e foglie blu, siede su un cuscino marrone con ricami dorati. Nell’incavo delle ginocchia tiene il Bambino addormentato mentre solleva con entrambe le mani un velo trasparente che lo ricopre. Un tappeto rosso decorato da fiori d’ acanto dorati, steso ai suoi piedi, e un fondo dorato tracciano una linea ideale che divide simmetricamente il quadro. La figura del Bambino, tra terra e cielo, padre e figlio al contempo, fungendo da cerniera di questa direttrice richiama l’attenzione dello spettatore. Due angeli eterei infine, dello stesso colore del cielo, stringono nel cingere la Madonna, una corona aurea.

Questo dipinto si presta ad un’analisi molto suggestiva: la posizione del Gesù dormiente, disteso e con gli occhi chiusi, è più consona ad una Pietà. L’accavallarsi delle gambe incrociate è una chiara allusione al destino ineluttabile della Croce. La simbologia del velo allude al sudario trovato nel sepolcro vuoto (il Mandylion o sindone). La Madre dal volto pensoso e divinatorio, che conosce già tutto, non compie il gesto di svelare, ma l’atto contrario, quello stesso compiuto dalla Veronica sulla via del Calvario, ovvero di coprire e asciugare il volto grondante del Cristo. In questa intima, placida ed aurea tranquillità domestica è in nuce la tempesta della Passio Cristi tormentata,violenta e pubblica che di li a poco si compierà per la nostra salvezza.

Giosa Menna

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