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La guerra in Russia nei ricordi dell’aviere Silvio Trivilini

Durante le celebrazioni del 25 aprile, abbiamo conosciuto il membro emerito dell’associazione Arma Aeronautica Silvio Trivilini. Classe 1920, scernese d’origini, prima della guerra lavorava nelle officine Di Fonzo, dove ha imparato il mestiere di meccanico. Poco distante da lui, Leonardo Umile lavorava come fabbro. “Di lui ricordo che era un bravo ragazzo e che era mio amico”- commenta semplicemente l’ex aviere alla nostra domanda sui rapporti con questo protagonista della Resistenza. Durante la guerra, le loro strade si divisero. Anche se originariamente entrambi si arruolarono come motoristi e autisti, Umile venne riformato per una grave malattia polmonare e poi entrò nella quarta brigata Garibaldi, mentre Trivilini visse la traumatica esperienza della spedizione in Russia. “Sono partito da Bologna a 21anni, con un corpo logistico di 3oo persone che si occupava di rifornire gli altri battaglioni e di riparare i macchinari di guerra”- racconta. “Il viaggio per andare in Russia durò 20 giorni, nei quali molti furono  i disagi: poco cibo, poche fermate, in vagoni divisi tra tedeschi e italiani. Un tempo esagerato di percorrenza a causa delle stazioni devastate dalle bombe”. Per fare rifornimento il convoglio si fermò a Vienna, dove accadde un piccolo episodio traumatico: “Ero sceso per andare a prendere una borraccia d’acqua, nella fretta di riprendere il treno che stava partendo, ho perso il portafoglio all’interno del quale c’erano tutti i miei ricordi”. Foto della madre e, soprattutto di amici commilitoni, che sono rimasti per sempre sepolti dalle macerie della guerra. Silvio pianse molto per questa grossa perdita affettiva, Le fotografie possono sostenere un uomo in situazioni così difficili. Con orgoglio, Silvio ricorda tutte le località attraversate in Russia, la maggior parte delle quali oggi hanno cambiato nome. Tra le molte città attraversate possiamo ricordare Leopoli  e Odessa, che oggi si trovano in Ucraina, oltre  alla traversata del Dneper sul ponte di barche. Le condizioni di viaggio  non furono facili; bisognava cercare di muoversi di notte, perché era più facile per i mezzi e per le persone scivolare sulla lastra di ghiaccio che si formava con il gelo, mentre di giorno tutto si riduceva in poltiglia. “Bisognava mantenersi lo stivale con le mani per non affondare completamente”- chiarisce Silvio. Questo perché l’abbigliamento fornito all’esercito non era adatto, spesso non avevano la possibilità di cambiarsi nemmeno un indumento intimo. “Il freddo era devastante, raggiungeva i 45 gradi sotto lo zero: costretti a vivere a queste temperature, non avevamo più sopracciglia”- ricorda ancora Silvio. La popolazione russa si mostrò benevola nei confronti degli italiani, spesso li ospitò in casa perché non portavano  L’ex aviere devastazione. Qualche problema di convivenza, invece, tra italiani e tedeschi.

L'ex aviere Silvio Trivilini con i figli
L’ex aviere Silvio Trivilini con i figli

“Nei momenti di licenza, spesso scoppiavano delle risse tra i soldati italiani dell’esercito del Re e i tedeschi che li offendevano perché si sentivano superiori”. Silvio stette tredici mesi in Russia, per una mezza giornata riuscì a scampare alla controffensiva dei Russi, grazie alla riorganizzazione della colonna. Poi iniziò il viaggio di ritorno, che fu terribile. Il tempo di percorrenza a ritroso? Sei mesi, dei quali l’iniziale tragitto in Russia fu  svolto alternando la marcia a piedi a quella con i mezzi. Spesso erano gli uomini che dovevano trascinare i mezzi.Arrivati a Postumia, dopo la quarantena in cui fu rifocillato e vestito, Silvio fu di nuovo rimandato al corpo d’aviazione in Emilia Romagna, dal quale dovette fuggire all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre del 1943. “Mio padre affrontò varie peripezie per giungere fino a Scerni”-racconta il figlio Renzo Trivilini – “Fortunatamente fu aiutato da un’amica di Lucca che gli fornì gli abiti civili che gli facilitarono il tragitto. Pensate, l’ultimo tratto Casalbordino- Scerni, lo fece a bordo di un carretto di un compaesano”. Nemmeno a Scerni Silvio potè godere della pace. C’erano  ancora i tedeschi e, per nascondersi da loro, passò molte notti sui tetti del paese. Dopo la liberazione, Silvio ebbe un ultimo incontro con i tedeschi in officina: doveva aggiustare un’automobile che li serviva urgentemente. Stavolta, però, ricevette complimenti per il buon lavoro svolto.  

Nausica Strever

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