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I Misteri di Palazzo D’Avalos e la frana

La ricca falda acquifera sotto Palazzo d’Avalos e Loggia Amblingh captata da 11 gallerie sotterranee costruite dopo la frana del 1816

A Vasto ci sono state due grandi frane: una nel 1816 da Palazzo D’Avalos alla Ripa dei Ciechi (attuale zona Pianeta/Conad) creando il dirupo che oggi si vede; e l’altra nel 1956 su via Adriatica che ha fatto scivolare a valle il Muro delle Lame e parte degli edifici sul muraglione.

Per risolvere il problema di quest’ultima frana sono giunti in città i migliori esperti italiani, hanno studiato la composizione del nostro suolo e stabilito che sotto Vasto c’è una ricca falda acquifera che scorre da 103 metri a 113 metri sul livello del mare.

I risultati dei sondaggi dopo la frana del 1956: la ricca falda acquifera da 103 a 113 metri sul livello del mare. La soluzione fu la costruzione di una galleria drenante per intercettare la falda in uscita, ai piedi del costone (vicino al campo del Parco delle Lame). Sistema che a tutt’oggi funziona.

E per quella del 1816 – più terribile di quella del 1956 – quale soluzione si adottò?

Non siamo a conoscenza di progetti in merito (ma quasi sicuramente esisteranno), anche se negli archivi si trovano documenti sui primi lavori urgenti predisposti dal Comune e fatti dagli stessi cittadini.

Ma per conoscenza diretta di questo pezzo di territorio, possiamo affermare, che l’intervento realizzato per guarire la frana del 1816, fu un progetto organico e completo per la regimazione delle acque predisposto da tecnici competenti, non certo realizzato dagli ortolani della zona!

Ma andiamo con ordine: parliamo prima del “flagello” del 1816 e poi della soluzione adottata.

L’evento è descritto ampiamente dallo storico Marchesani ed anche da Erasmo Colapietro che narra che “nel dì primo di aprile dell’anno 1816 il mare presso la città di Vasto si ritirò circa un miglio e ristrettosi per 300 palmi avvenne uno scoscendimento di terra tale che distrusse campi, oliveti, case e quanto si trovò in quello spazio che rovinò”. La frana aveva fatto un disastro, si parlò di un milione di ducati di danni (equivalenti più o meno a 16 milioni di euro di oggi). Il terreno era scivolato verso il mare, case coloniche distrutte , alberi divelti, con l’acqua che vagava dappertutto formando anche “pantani e laghetti”.

Insomma la ricca falda acquifera sotto Vasto – di cui si ha poi contezza nel 1956 – fuoriusciva dappertutto da sotto Palazzo d’Avalos fino ad oltre la zona di San Michele. Per risolvere il problema fu messo  a punto un progetto organico di intervento, facendo due operazioni: andando ad intercettare una per una le sorgenti d’acqua e convogliandole verso gli orti; e poi creando i canali di scolo (li vallune) verso il mare, per le acque piovane o quelle non utilizzate.

L’operazione di captazione dell’acqua avvenne con cunicoli a mattoni con le volte ad arco che si infilavano sotto il dirupo, spesso per parecchie decine di metri. (Fino agli anni ’50 i figli degli ortolani riuscivano ad introdursi nelle gallerie, larghe appena per una persona, ma con il tempo ciò non fu più possibile perché i cunicoli si riempirono di detriti e la loro altezza diminuì notevolmente).

Nella sola zona che va da sotto Palazzo D’Avalos fino a Piazza Marconi – che meglio conosciamo – furono costruiti ben 11 di questi cunicoli che a tutt’oggi intercettano ricche falde acquifere. Proviamo a fare un elenco, che potrebbe anche essere utile ai tecnici che seguono questi problemi.

Porta Palazzo: a metà discesa, nella campagna sottostante fuoriesce acqua da una ricca sorgente, ad uso dell’orto dei La Verghetta (Pape a la Diritte)

Poco oltre, all’altezza dell’attuale smottamento, c’è un altro un cunicolo  con acqua che finisce nella sottostante peschiera (ex orto Sante Spadaccini).

Nell’ultimo tratto della discesa c’è la condotta che porta acqua all’orto di Cicchini (probabilmente questa proviene dall’antico “Pozzo S. Maria” citato dal Marchesani, e portava l’acqua ad una prima Fonte Nuova sita vicino la cappella della Madonna della Neve.)

Fonte Nuova con la classica canaletta: due cunicoli intercettano acqua  sotto loggia Amblingh convogliandola in unico pozzetto La Fonte Nuova (1849) viene alimentata da due sorgenti che finiscono in un primo pozzetto e poi arrivano alla fontana con canaletta visibile all’esterno. Proseguendo lungo via Fonte Joanna per un centinaio di metri, sul lato mare, al di sotto, c’è una ricca sorgente per la “peschiera grossa” dei D’Adamo, che una volta era canalizzata con una canaletta a mattoni chiamata “lu cunnuttone” (la grande condotta)”. Negli anni ’60 l’imboccatura del cunicolo era visibile. Appena dopo a 50 metri c’è una sorgente che opportunamente canalizzata in tubi in ferro, in passato veniva utilizzata da un orto sottostante.

Peschiera piccola: una volta due cunicoli  (ora uno solo) captavano acqua da sotto piazza Marconi

Altri 30-40 metri sul lato mare c’è la peschiera piccola dei D’Adamo che è alimentata da due sorgenti (Da bambini si diceva che la galleria della prima di queste era collegata ad un pozzo sopra piazza Marconi , come si scende verso la Loggia, vicino alle Cisterne romane).

Dopo 20 metri, c’era un’altra sorgente a servizio di un orto sottostante (ex Fiore) opportunamente canalizzata in canaletta a mattoni. Ora non c’è più. (Al di sopra giungeva anche l’acqua non utilizzata della fontana delle Luci di via Tre Segni).

Ancora 20 metri (attuale proprietà Santoro) c’era una sorgente che alimentava una peschiera ed anche un pozzo. Ora non ci sono più.

Bisogna aggiungere anche qualche parola sulla “fontana delle cento cannelle” dell’alto muro di contenimento a mattoni fatto negli anni ’90. Le canelle sono state una necessità, dopo che il muro è andato a tagliare alcuni di questi cunicoli dell’800, e dietro si era riempito d’acqua.  (Sono scomparse le condotte  delle sorgenti destinate alla peschiera Santoro, all’ex orto dei Fiore,  alla peschiera piccola dei D’Adamo (una sola )  ed uno alla Fonte Nuova ed anche parte di un altro).

La conclusione è che dall’800 ad oggi, grazie a questi cunicoli drenanti il tratto da sotto Palazzo d’Avalos a Piazza Marconi non ha presentato grandi problemi. La palma scivolata giù è uno smottamento da terreno di riporto. L’unica zona che ha avuto movimenti è stata quella sotto via Tre Segni – purtroppo con un solo cunicolo drenante dell’800 – che negli anni ’60 scivolando verso il mare ha provocato la distruzione di 5 case coloniche.

Nicola D’Adamo (noivastesi)

 

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