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Spiaggiamento dei capodogli, per gli ambientalisti è colpa delle ricerche petrolifere

capodogli spiaggiati-punta penna - 162Lo spiaggiamento dei sette capodogli sull’arenile di Punta Penna ha riaperto un dibattito mai sopito sul perché di tali circostanze e sull’impossibilità di far coesistere attività estrattive e fauna marina. A lanciare le prima accuse è stata proprio Legambiente Abruzzo attraverso le parole del suo presidente, di recente anche a Vasto, Giuseppe Di Marco, che non poteva non scagliarsi contro le attività di prospezione e ricerca degli idrocarburi fossili attraverso l’utilizzo dei cosiddetti air-guns che sparano delle cannonate sonore da 280 decibel che rimbalzano sul fondale la cui eco prodotta rivela se ci sono giacimenti.

“Bisogna indagare a fondo sulle cause – dice Di Marco, ribadendo con fermezza “la palese impossibilità di coesistenza di modelli di sviluppo sostenibile con la deriva petrolifera, alla quale si vuole condannare il nostro mare. Continuare a parlare di estrazioni petrolifere non è solo una scelta folle di politica energetica, ma rischia soprattutto di disperdere la vera ricchezza del nostro territorio, ovvero il suo straordinario patrimonio naturalistico, storico e culturale”.

Insomma Legambiente prende spunto dall’episodio per chiedere ai ministeri competenti di interrompere qualunque nuova autorizzazione in merito alle coltivazioni petrolifere in attesa di verificare le reali cause di episodi di spiaggiamento come quelli di Vasto.

D’Altronde è innegabile che l’Ispra-Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale già nel 2012 sottolineava attraverso i suoi studi che “il rumore generato dagli airgun nel corso di attività sismiche, può determinare nei capodogli l’impossibilità a orientarsi, e il loro successivo spiaggiamento”.

Una posizione, quella di Legambiente, pienamente condivisa dal WWF Abruzzo nelle parole di Fabrizia Arduini, referente energia, che oltre alla pratica degli air-guns punta il dito anche contro i “sonar militari, in particolare quelli a bassa frequenza, che hanno conseguenze devastanti per il mare e sono causa diretta di spiaggiamenti di massa e di emorragie per la risalita eccessivamente rapida degli animali spaventati da suoni mai sentiti in mare”.

Luciano Di Tizio, delegato regionale del WWF, ricorda come quello di Punta Penna “è il più grosso spiaggiamento di balene di tutto il Mediterraneo dalla fine 1800 ad oggi” sfogando, poi, la sua rabbia contro “La politica dello sfruttamento selvaggio che – a suo dire – non ci ha portato da nessuna parte. Le compagnie petrolifere promettono, a fronte delle loro perforazioni, vantaggi immediati per la collettività che non ci sono mai stati o che comunque non hanno compensato i danni ecologici ed economici per i territori coinvolti”.

La bellissima spiaggia di Punta Penna, dopo le belle pagine comparse su alcune riviste e siti di turismo, torna agli onori della cronaca con questa notizia che non può non sollevare qualche perplessità anche alla luce di episodi che sembrano ripetersi tra delfini, tartarughe e via discorrendo. Episodi, però, che come ricorda Francescopaolo D’Adamo si verificavano già nel 1960 a San Vito quando protagonista della triste vicenda era una balena di 20 metri. E tanto per dare nuova linfa al dibattito D’Adamo scrive sul suo blog

“A quanto pare lo spiaggiamento di balene nel nostro mare non è tanto raro. Sarei curioso di capire però la causa che causò lo spiaggiamento nel 1960”.

Lu. Spa.

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