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Quegli strani accostamenti al Vasto Film Festival, il confronto con il direttore artistico

presentazione-vasto film festival - 01Poteva diventare una delle solite sterili polemiche pre Festival, ma grazie alla squisita disponibilità del professor Nicola Ranieri, direttore artistico della XIX edizione del Vasto Film Festival, si è tramutata in una preziosa occasione di confronto. Parliamo di alcuni rilievi – espressi in un recente articolo pubblicato su ilnuovoonline circa l’identità del Festival e l’opportunità di accostare determinati protagonisti dello spettacolo al mondo dell’arte cinematografica – ai quali il professor Ranieri ha avuto la cortesia di rispondere durante la conferenza stampa di ieri, presso la Sala del Gonfalone del Comune di Vasto, per cui ci corre l’obbligo di ringraziarlo, anche per il generoso apprezzamento espresso. Naturalmente il plurale usato sta ad indicare che mi permetto di parlare a nome della redazione: per il pluralis maiestatis non ho né titoli, né ambizioni.
Fatta questa doverosa premessa, passiamo senz’altro al prezioso contributo al dialogo offerto dal direttore artistico del Festival, per il quale sarebbe stato facile liquidare la critica con una battuta, magari bollandola come semplice esercizio radical chic, invece ha tenuto a precisare che – pur condividendo la tesi di fondo per cui ogni festival che ambisca a un ruolo culturale determinante dovrebbe essere indirizzato e caratterizzato nel tempo, possibilmente secondo direttive univoche – questa edizione del Festival vastese non è certo un’accozzaglia di idee buttate lì a caso, ma un percorso pensato e realizzato secondo precise tematiche e poetiche. E di questo gliene diamo certamente atto, ancor di più dopo aver avuto occasione di ascoltare direttamente dalla voce del direttore artistico (col rischio di far attendere il presidente della Regione alla conferenza stampa a Pescara) alcune pregevoli spiegazioni circa – per esempio – la scelta di inserire il film La grande bellezza, di Paolo Sorrentino, nella sezione “I volti del sacro”, con una preziosa interpretazione che finalmente stacca il film del regista napoletano dai soliti accostamenti e dalle solite esegesi per cui vengono esaltati i riferimenti a La dolce vita di Fellini, soprattutto in relazione agli scorci della Città eterna, manco il film fosse un montaggio di cartoline da mandare agli amici dopo una settimana di vacanza a Roma. Impossibile, in questa sede, riassumere compiutamente i motivi ispiratori della scelta fatta in questo caso e la straordinaria intuizione di vedere “la ricerca del sacro” nel percorso – intimo e toponomastico insieme – che compiono i protagonisti del film, non solo lo straordinario Jep Gambardella. Confidiamo comunque nel fatto che anche il pubblico del Festival potrà godere di tutte le spiegazioni del caso, magari in fase di introduzione della serata, a titolo di “guida alla lettura” del film; per questo non è il caso di attardarsi oltre e venire presto al punto.
Il punto, appunto, è che non è certo in discussione la professionalità del direttore artistico – che fino a ieri tra l’altro non avevo nemmeno la fortuna di conoscere personalmente – o le sue scelte su poetiche e percorsi del Festival che non mi sognerei mai di contestare (anche in questo caso, come per il pluralis maiestatis, non ne avrei né titolo, né ambizione), ma è sostanzialmente l’assenza di una caratterizzazione che faccia del Festival, nel tempo, un appuntamento riconoscibile per stili e identità. Ma se un anno facciamo l’appuntamento culturale stile cineforum con La corazzata Potëmkin (per dire), l’anno dopo i cinepanettoni e l’anno dopo ancora la fantascienza, è chiaro che il Vasto Film Festival non si caratterizzerà mai come qualcosa di “specialistico”, che è l’unica peculiarità che può far fare il salto di qualità alla manifestazione, al di là di questo o quell’ospite che passerà sul palco del Cortile di Palazzo d’Avalos.
Certo, non è solo questione di approccio; certe cose bisognerebbe poterle fare. Come non sottoscrivere la richiesta di tempi decenti per organizzare una manifestazione simile espressa dallo stesso direttore artistico? E non vogliamo nemmeno buttare la croce addosso all’amministrazione comunale, lo ha ripetuto l’assessore Sputore: è questione di bilanci, norme che cambiano e chi più ne ha più ne metta. Non era una riflessione alla ricerca del capro espiatorio da colpire, era semplicemente uno stimolo per vedere se si può cominciare a pensare di caratterizzare il Vasto Film Festival in maniera riconoscibile nel tempo. Tutto qui.
La questione “Ruffini”, infine, si è comunque risolta come un falso problema, o diciamo pure come un problema del tutto mio, nel senso che è chiaro che fa abbastanza “senso” sentire accostare Pasolini a un personaggio dello spettacolo prestato al cinema così, diciamo, folcloristico, all’interno dello stesso “contenitore”, ma naturalmente – come ha spiegato il direttore artistico del Festival – va considerato il compromesso tra quella che è la categoria di appartenenza – in questo caso “La commedia italiana” – e quello che “va per la maggiore” nel settore di riferimento, anche rispetto alle direttive del bando. Fermo restando che personalmente non ce lo vedo manco all’interno della sezione “Commedia italiana” (ma si sa, le mie tendenze radical chic ormai sono fuori controllo e magari è solo questione di “antipatia personale” nei confronti del personaggio, posso ammetterlo tranquillamente), è chiaro che come ricordato dal professor Ranieri, se prepari un’offerta per il pubblico, devi tener conto anche delle sue preferenze, non puoi imporgli le tue. Ma questo non lo puoi fare, e torniamo al punto e chiudiamo, appunto perché il Festival (in generale, non dico questa edizione specifica) non ha ancora una propria identità. Per dire, se vai al Giffoni, non puoi dire “eh, ma a me non piace il cinema per ragazzi, l’anno prossimo fate un monografico su Kubrick”. A questo dovrebbe puntare il Vasto Film Festival: conquistarsi un’identità, possibilmente originale, e portarla avanti nel tempo. Non è semplice, ma cominciare almeno a pensarci non costa nulla, se naturalmente sono riflessioni condivise. Altrimenti pazienza: è un punto di vista come un altro.

n.l.

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