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Artigianato abruzzese torna ai livelli del 2002. La crisi non conosce la parola fine

artigianatoMancanza di liquidità, mancanza di commesse, crediti non riscossi spingono verso il basso l’artigianato abruzzese, che torna ai livelli del 2002. La conferma arriva dallo studio realizzato per la Cna abruzzese da Aldo Ronci, sui dati relativi alle iscrizioni e cancellazioni delle imprese nel secondo trimestre dell’anno. Le micro imprese annaspano, mentre il resto dell’economia e delle attività produttive abruzzesi sembrano aver ritrovato una certa vitalità, come avevano già confermano i dati delle scorse settimane su export e credito. Un venticello di ripresa che tuttavia non sfiora, nemmeno con un refolo, il mondo dell’artigianato, se è vero che tra aprile e giugno le imprese artigiane sono cresciute di appena sei unità rispetto alla stessa data dell’anno precedente (peggior risultato decennale), mentre il resto dell’imprenditoria ha invece fatto segnare un aumento a quattro cifre: 1.015 unità, con un incremento dello 0,69% migliore della media nazionale (0,59%).

Impietoso, per il curatore della ricerca, diventa così il confronto con lo stesso periodo del 2013: «L’incremento delle imprese artigiane è stato molto modesto e peggiore rispetto anche allo stesso periodo dello scorso anno, quando fu di un risicato +21: in sostanza, in due anni è rimasto tutto fermo. L’opposto di quanto è accaduto per il restante mondo dell’impresa, che un anno fa, negli stessi mesi, era cresciuto di 547 unità, mentre ora siamo quasi al doppio». Disomogeneo, sul piano territoriale, l’andamento di iscrizioni e cancellazioni di imprese artigiane nelle quattro province abruzzesi: «L’Aquila e Teramo crescono rispettivamente di 13 e 17 unità, Pescara e Chieti decrescono di 15 e 9. Va sottolineato che Pescara, rispetto alla altre province, registra da un lato, per le imprese artigiane, il peggior risultato (-15); e dall’altro, per il totale delle  imprese (con +347), il migliore».

Quanto ai settori,  gli incrementi più importanti registrati dalle imprese artigiane sono da ascrivere ai “servizi alla persona” per 30 unità, ai “servizi per edifici e paesaggio” per 16 e alle industrie alimentari per 13.  Le flessioni più rilevanti subite sono invece registrate dal settore delle costruzioni con 34 aziende in meno, ai trasporti con 15 in meno e ai prodotti in metallo con 10 in meno.

«La crisi si è mangiata dieci anni di vita delle imprese artigiane, che sono tornate come numero assoluto ai livelli del 2002, quando si era in piena espansione  – analizza il direttore regionale della Cna, Graziano Di Costanzo – e questo vuol dire che cinque anni di crisi, dal 2009 ad oggi,  hanno lasciato sul campo qualcosa come 3.500 imprese e 10mila addetti. In termini di paragone, è come se fossero sparite la Sevel e il suo indotto. E quelle rimaste in vita hanno drasticamente ridotto gli organici». Quanto alle misure da adottare, la Cna si muove su due fronti. Alla Regione chiede di rimettere in circolazione, subito, le poche risorse disponibili, soprattutto sul fronte del credito: «I fondi Fas per i confidi già individuati, qualcosa come 14 milioni di euro, promessi per la fine del 2013, vanno sbloccati subito, per consentire di ridare ossigeno alle imprese. Ancora, va abbassata la pressione fiscale,  con una riduzione drastica delle addizionali su Irpef e Irap, che hanno contribuito a fare dell’Abruzzo una delle regioni più tartassate d’Italia. Infine, visto il dramma del settore delle costruzioni, occorre imprimere alla ricostruzione dell’Aquila un’accelerazione senza precedenti».

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