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Da venditore a cliente, quelle strane proposte di lavoro

offerte-di-lavoroDi solito inizia tutto con una telefonata: con la disoccupazione giovanile al 43%, tu sei così fortunato che il lavoro non devi neppure cercartelo, ti cerca lui! Proprio così, una voce professionale ti chiede se sei interessato a un’ottima opportunità di lavoro. Se non sei interessato personalmente, nessun problema, va bene anche un parente, un fratello, una sorella, un genitore, un nonno, un bisnonno, la prozia invalida al 98%, non ha nessuna importanza… cercano disperatamente qualcuno a cui far guadagnare bei soldoni!
Comunque, ci sono buone probabilità che tu rientri in quel 43% di cui sopra, per cui decidi che tentare non costa niente e prendi un appuntamento. Qui ti accorgi che di fortunelli come te ce ne sono in quantità: giovanissimi studenti, neolaureati, disoccupati e/o cassintegrati, addirittura pensionati; più che un colloquio di lavoro sembra una riunione di condominio. Un condominio molto popoloso, se intanto scopri che di colloqui così ne fanno tutti i giorni. E lì magari ti chiedi: “Ma quanta gente cercano per un lavoro?!”.
Comunque, il primo contatto con i responsabili del nuovo lavoro è strabiliante! In pochi minuti capisci che ce l’hai fatta, cercavano proprio te! Non hai una laurea, il tuo inglese è peggio di quello sfoggiato dal presidente del Consiglio dei Ministri al Digital Venice, non hai nessuna competenza né esperienza nel settore in cui opera l’azienda, ma sì… cercavano proprio te. Che… fortuna, diciamo così.
Superata brillantemente la prima selezione senza il minimo sforzo (la maggior parte delle volte senza aver neppure aperto bocca, se non per frasi di circostanza), si passa alla seconda fase: l’incontro informativo. E certo, perché sostanzialmente non hai capito ancora che razza di lavoro andrai a fare, sai solo che sei perfetto per quel posto che ti farà guadagnare molti soldi. Niente paura, ti sarà tutto spiegato (a te e quanta più gente riusciranno a metter dentro) nel mega incontro collettivo che ci sarà di lì a breve.
Sarà un’intera giornata con consulenti, esperti e megadirettori che ti spiegheranno il “prodotto” di cui ti occuperai, ma quando vai lì ti accorgi di un’altra anomalia: improvvisamente da aspirante lavoratore, sei diventato il cliente. Proprio così: l’incontro informativo (per partecipare al quale spesso devi perfino pagare una “quota per il pranzo”), il secondo colloquio di lavoro, o come comunque lo chiameranno, serve sostanzialmente a cantarti le lodi del prodotto, manco lo dovessi comprare tu. A questo punto di campanelli di allarme ne sono suonati a bizzeffe, ma adesso vuoi proprio vedere come va a finire… E va a finire che ti ritrovi invischiato in qualche variante “ripulita” di modello di marketing psuedopiramidale, in cui ti ritrovi a infilarci pure la prozia australiana, pur di fare qualche soldo. E sì, perché lo stipendio fisso è da perdenti… “Chi sono io per dirti quanto vali? Perché devo offrirti 2mila euro al mese fissi, quando con la tua iniziativa la stessa cifra la puoi fare in 15 giorni?”. E ti spiega pure come! “Ti fai la tua rete di collaboratori, i tuoi contatti… una provvigione qua, una là… tanto i nostri prodotti si vendono da soli, ché sono i migliori sul mercato, anzi, se vuoi approfittare, o hai un parente che non vuole farsi scappare l’occasione…”.
Insomma, per farla breve, alla fine ti rendi conto di non aver partecipato a un colloquio di lavoro, ma alla presentazione di un prodotto. Pensaci bene, se la stessa voce al telefono ti avesse chiesto: “Buongiorno signor X, sarebbe disposto a passare con noi un’intera giornata, dalle 9 alle 18  (non si preoccupi, facciamo anche la pausa pranzo: fanno 25 euro), per conoscere i nostri bellissimi prodotti?”. Avresti risposto: “Grazie, ma sono impegnato”, anche se fai parte del 43% di giovani disoccupati (o comunque quel giorno non avevi niente da fare). Invece così sei rimasto come un fesso a sorbirti le lodi di un tal prodotto per tutta la giornata.
Se poi lo vuoi acquistare, per te o per la mamma, loro sono contenti. Se vuoi venderlo al posto loro, sono contenti lo stesso, tanto lavori (se ti va di lusso) a provvigione e se guadagnano (molto) loro, guadagni (poco) pure tu, sennò amen, amici come prima. Se non lo vuoi acquistare, né vendere, sono contenti lo stesso: hanno fatto la pubblicità che volevano e non hanno nemmeno avuto la porta chiusa in faccia. Invece di fare il porta a porta, il “target pubblicitario” è venuto spontaneamente in ufficio, che si può pretendere di più? Comunque vada a finire, loro hanno raggiunto lo scopo (almeno uno su tre possibili) e tu sei rimasto con un pugno di mosche in mano (se tutto va bene e almeno non hai speso soldi), a meno che tu non sia un giornalista. Nel caso una cosa l’hai ottenuta: un argomento per il prossimo articolo.

Ah, sia chiaro: tecnicamente non c’è niente di illegale in tutto questo (salvo casi estremi sui quali dal 2005 si è già espressa la Cassazione, ma sono episodi particolari che esulano dal “metodo” generale purtroppo molto in voga). Non tutto ciò che è “legale”, però, risulta opportuno, soprattutto nel campo della correttezza della comunicazione. In tempo di crisi, sfruttare il bisogno di lavoro delle persone a fini pubblicitari, sarà pure più o meno legale (entro certi limiti), ma sia almeno consentito affermare che appare alquanto ignobile.

n.l.

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