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Francesco Piccolo protagonista a Palazzo d’Avalos

francesco piccolo-giovedì rossettiani-2014 - 5Numeroso e partecipe il pubblico che ieri pomeriggio ha affollato la Sala Pinacoteca di Palazzo d’Avalos per il terzo appuntamento dei Giovedì Rossettiani.
Protagonista d’eccezione lo scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo, che ha ripercorso la propria produzione artistica  in un dialogo con Giuseppe Leonelli, professore ordinario di Letteratura italiana presso l’Università degli Studi Roma Tre; Leonelli è anche critico letterario del quotidiano la Repubblica; fa parte del comitato direttivo della rivista Paragone, sezione letteraria, ed è membro della giuria del premio letterario Viareggio-Repaci e del Premio Strega.
Il protagonista di ieri sera, però, è stato Francesco Piccolo e la sua opera letteraria; nonostante sia noto al grande pubblico come sceneggiatore di importanti film di Nanni Moretti, Paolo Virzì, Michele Placido e altri grandi registi italiani, l’incontro a Palazzo d’Avalos è stato più incentrato sulla sua produzione artistica narrativa, anche se – come precisato dallo stesso autore – la differenza tra i due generi è più didascalica che sostanziale: “Quando mi hanno proposto di scrivere la prima sceneggiatura – ha confessato Francesco Piccolo – pensavo che sarebbe stato come togliere qualcosa a quella che consideravo la mia attività principale, ovvero la scrittura di narrativa, invece con il passare del tempo e delle esperienze mi sono accorto che il continuo cambio di registri arricchisce e stimola entrambe le attività”.
L’autore di Il desiderio di essere come tutti ha anche spiegato il suo personale approccio alla scrittura autobiografica, nella quale l’io dell’autore diventa un personaggio a sé stante e indipendente dallo stesso scrittore e dal suo “privato”, nella costruzione di una storia che parte da un “dato” concreto per poi svilupparsi in un processo per il quale la “realtà personale” diventa relativa rispetto al percorso autobiografico del personaggio/scrittore. Nell’impostazione autobiografica, anche quella che Piccolo chiama una “assunzione di responsabilità” rispetto a narrazioni e introspezioni che prendono forza e concretezza nel racconto in prima persona, soprattutto quando la storia va a scavare nel “lato oscuro e profondo” nell’essere umano, quando magari è più scomodo e a volte perfino “imbarazzante” utilizzare l’io, ma proprio quell’io dà senso alla storia e alla poetica espressa dall’autore.
Inevitabile un passaggio anche sulla politica e sull’analisi che ha portato negli ultimi 20 anni alla sostanziale sconfitta (perlomeno in termini di consenso elettorale) della sinistra, per un distorto approccio etico. La sinistra, nella riflessione di Francesco Piccolo, in un certo modo ha allontanato l’elettorato con l’atteggiamento di rifiuto a “mischiarsi”: soprattutto Bertinotti, ma già da prima “incolpevolmente” Berlinguer (incolpevolmente perché dopo l’omicidio Moro l’isolamento è stato piuttosto subìto che cercato), hanno fatto assumere alla sinistra quell’atteggiamento di “superiorità morale” penalizzante: “È come se la sinistra avesse detto: noi siamo migliori, anche di voi, però votateci”.
Con questa chiave di lettura si potrebbe anche spiegare – di contro – l’importante (e per certi versi inaspettato) consenso che è riuscito ad ottenere il Movimento 5 Stelle, che invece ha mandato e continua a mandare il messaggio opposto, ovvero quello che dice “noi siamo esattamente come voi, perciò votateci”. Ma questa è un’altra storia.

n.l.

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