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Incontro PD: si è parlato anche di nazionale e congresso

legnini_paolucciIl consesso del Partito democratico tenuto sabato non ha costituito soltanto un momento topico nel confronto interno al partito, ma ha rappresentato anche un momento per esplicitare alla base i nodi cruciali dell’attività del PD a livello nazionale in preparazione di una fase delicatissima come quella congressuale ormai alle porte.

Nel ruolo di catechizzatori soprattutto Giovanni Legnini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e Silvio Paolucci, segretario regionale, e i loro interventi non potevano non partire dal fotografare l’eredità lasciata dalle elezioni del 24 e 25 febbraio scorsi.

Giovanni Legnini ha subito esordito dicendo che “la crescita tumultuosa del Movimento 5 Stelle nessuno l’aveva prevista, sondaggisti, giornalisti, analisti e politici. La palpabile crisi economica ha determinato una forma di critica radicale e di protesta in tutta Europa. Negli altri Paesi hanno nomi e colori differenti, ma si sono attestati tutti intorno al 20%.” A chi attaccava impietosamente l’operato dell’ex designato premier, Pierluigi Bersani, e soprattutto la sua testardaggine nel perseguire l’accordo coi “grillini” Il senatore ha ricordato come in quella fase solo gruppi isolati di elettori erano contro tale orientamento.

Naturalmente il passaggio successivo è stato quello sulla elezione del Capo dello Stato e Legnini non ha perso l’occasione di puntare il dito contro i “renziani” tra i 155 rei della bocciatura di Marini: “hanno scambiato il voto per l’elezione del presidente con quello del segretario di partito. Loro hanno innescato la vera crisi del Partito Democratico”, e, poi, non ha risparmiato neanche i 101 che hanno affondato Prodi scrivendo una “pagina vergognosa” della politica italiana. Stoccata anche per i grillini “Rodotà (e fa un lungo di incarichi ricoperti in Italia e in Europa) era una delle persone più rappresentative della casta, mentre Marini all’improvviso era divenuto l’espressione del male. Se attaccano chi dirigeva o che presumibilmente dirigerà il partito, si attaccano coloro che sono le vittime e non i responsabili di quella situazione. E pensare che Marini voleva sì un governo di larghe intese, ma senza ministeri al PdL”.

Infine, Giovanni Legnini ha dato risposte anche a chi sollecitava di conoscere il programma del Governo Letta così come composto adesso. “Il programma è chiaro – ha detto il senatore – e lo ha sviscerato il presidente del Consiglio nel suo discorso alle camere e si snoda in tre passaggi fondamentali.

Affrontare le emergenze sociali e l’ingorgo fiscale a cominciare dal rivedere la questione IMU, e poi la Cassa integrazione in deroga, l’aumento di un punto dell’IVA e l’aumento dei tickets, un’altra stangata lasciata dal governo Monti. Per coprire tutto bisogna reperire ben oltre 11 miliardi di Euro.

Un piano straordinario per il lavoro e la crescita, per il quale si sta trattando l’autorizzazione ad adottare provvedimenti che escano dal fiscal compact.

La riforma della Costituzione, delle istituzioni e della legge elettorale con l’abolizione di una Camera; il dimezzamento dei parlamentari; la revisione del finanziamento pubblico ai partiti magari con la contribuzione volontaria dell’1 o del 2 per mille nella dichiarazione dei redditi (ma mancano ancora le stime ufficiali sulle perdite del gettito); il ripristino del mattarellum con delle rettifiche; il semipresidenzialismo alla francese, purché si faccia il doppio turno”.

Fin qui uno sguardo profondo a quel che è stato e a quel che sarà dell’attività politica nazionale del PD.  Diversa l’impostazione del discorso di Silvio Paolucci che invece ha proiettato le sue riflessioni sul congresso nazionale del partito. Secondo il segretario regionale la crisi era latente nel PD perché non erano stati sciolti certi nodi ed ecco perché “il Congresso dovrà essere un congresso vero, che dovrà restituire, rifondare o costruire un nuovo Partito Democratico a cominciare dal diversificare i ruoli di segretario di partito e presidente del Consiglio”. Paolucci, poi, ha bocciato sonoramente le primarie definendole “un soggetto politico che non si è mostrato all’altezza”. “Le primarie non rappresentano un confronto politico – ha aggiunto – ma un mero conteggio”. Sono stati ancora quattro i punti ritenuti fondamentali dal segretario regionale alla ricerca di una linea e una posizione congressuale condivisa con la base e con la classe dirigente abruzzese. “Innanzitutto – ha esordito – bisogna scommettere su un proprio filo identitario culturale. Siamo soggetto politico o un campo da gioco per varie individualità?” E, poi, ancora “bisogna capire che la nuova realtà non è il bipolarismo e che non ci si può considerare sinistra parlando solo di anti-berlusconismo”. Il terzo punto snocciolato da Paolucci è una evidente crisi di rappresentanza che si accompagna alla necessità di individuare nuove metodologie per la selezione del gruppo dirigente che vada ben al di là del correntismo seguito fino ad ora.

Riflessioni pregnanti, dunque, quelle proposte dai due dirigenti di partito che certamente peseranno in quel congresso che potrebbe rappresentare una sorta di linea del non ritorno per il futuro del Partito Democratico.

Luigi Spadaccini
(spadaccini.luigi@alice.it)

 

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