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Petrolizzazione: la D’Orsogna contro Confindustria

D_OrsognaDa Maria Rita D’Orsogna, docente di Fisica alla California State University di Los Angeles da tempo impegnata in lotte ambientaliste, riceviamo e pubblichiamo una dura replica alle affermazioni fatte dall’industriale Fabio Spinosa in un articolo pubblicato sul quotidiano Il Centro.

Arriva l’ennesimo articolo su Il Centro D’Abruzzo da parte di Confindustria Aquila in favore della petrolizzazione d’Abruzzo. La firma è di Fabio Spinosa Pingue che titola “L’ambiente non merita un tifo da stadio”.  Non è chiaro a cosa il signor Pingue si riferisca: in Abruzzo infatti non esiste un cieco tifo da stadio per la difesa dell’ambiente, come non esistono curve nord o sud.  In Abruzzo esiste invece una collettività fatta di persone mature e informate e che occupa trasversalmente tutto il nostro vivere civile – dagli studenti alla Confcommercio, dal clero alla maggior parte della classe politica – che ha valutato i pro e i contro della petrolizzazione della regione e ha deciso che quel tipo di sviluppo non si confa a noi.  Siamo qui perché siamo informati e consci di cosa significa petrolizzare un territorio e non perché non abbiamo niente di meglio da fare che andare allo stadio dell’ambiente la domenica.  E soprattutto questa collettività non ha interessi di parte, mentre invece è la Confindustria che ne ha, e che, guarda caso, è la sola associazione di categoria favorevole alle trivelle.  L’ambiente non merita un tifo da stadio, come non lo meritano la politica, o la religione, o la lotta ai cambiamenti climatici, o qualsiasi altro nostro ideale. L’ambiente –  e l’impegno personale di ciascuno di noi per qualsiasi causa – meritano intelligenza, analisi razionale e libera dei pro e dei contro, visione di dove le nostre posizioni ci porteranno. Ed è proprio questo quello che esiste adesso in Abruzzo.  Pingue parla del “professionismo della difesa dell’ambiente” o del “pontificare”. Visto che gran parte dell’informazione che circola è in qualche modo figlia del mio applicare il metodo scientifico alla questione, dei miei scritti e del mio peregrinare in giro per l’Italia, ci tengo a precisare che in tutti questi anni è stato mio primo obiettivo quello di spiegare, in maniera logica, razionale e priva di preconcetti il perché del no al petrolio.  Ho tirato fuori dati, articoli, reportage, numeri, ho analizzato cosa succedeva altrove in tutto il resto del mondo al petrolio e sono andata a spiegarlo città per città. In tutti questi anni non sono riuscita a trovare ne’ un solo esempio di comunità trivellata e sana, ne’ un solo motivo perché l’industria del petrolio fosse una cosa buona per l’Abruzzo. Uno solo non sono riuscita a trovarlo.  E Confindustria? Confindustria non ha mai saputo argomentare il perché del si alle trivelle o smontare le tesi del no, e non sarà mai nella posizione di farlo, perché macchiata dal conflitto d’interessi e perché motivi per il si non esistono.  Pingue si appiglia alla difficoltà del lavoro nei campi o agli introiti che il petrolio porterà o a qualche misterioso “accordo storico” fra industria e ambiente. Sono tutte pseudo-ragioni, queste si da chiacchere allo stadio. Ne abbiamo troppo poco di petrolio e fa troppo schifo per qualsiasi progresso sociale o economico, soprattutto considerato quel che le trivelle di Confindustria distruggeranno. E quindi non può esistere nessun compromesso. Basilicata docet, per l’ennesima volta.  Pingue parla di nuovo modello. Eccolo, per il 2013 e non per il 1960: Confindustria si faccia portavoce di un progetto per solarizzare tutti i condomini d’Abruzzo. Crea lavoro e ricchezza distribuita, fa risparmiare sulla bilancia energetica, non distrugge i campi e non avvelena nessuno. Ma questo Confindustria non lo propone perché deve invece fare gli interessi dei pochi che si arricchiranno con il petrolio e non certo della collettività.  Il nostro non è ideologia o fanatismo, caro Pingue. Il nostro, a differenza degli egoismi di Confindustria, è un sincero essere preoccupati dell’aria che respiriamo e dell’acqua che beviamo, e soprattutto di quello che vogliamo lasciare in eredità a chi verrà dopo di noi.

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