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Lampare, paranze e nasse nei ricordi di Giuseppe Malatesta

Al Porto di Vasto i pescherecci sono tutti ancorati al molo: il sabato mattina non si esce in mare e c’è tempo per fare quattro chiacchiere con Luigi Sabatino, proprietario delle imbarcazioni “Ottavio Padre” e “Gamal II”, uno dei pochi vastesi che continua a essere nel settore ittico. Mi spiega i ritmi del lavoro di pescatore: “Come tutti gli altri pescherecci, usciamo in mare quattro giorni su sette; dopo aver oltrepassato le quattro miglia di distanza dalla costa, il limite stabilito dalla legge, iniziamo l’operazione di pesca che prosegue incessantemente fino a notte inoltrata, quando ritorniamo in porto per scaricare il pescato e poi, subito dopo, prendiamo di nuovo il largo”. Fare il pescatore è un lavoro che richiede grande attenzione e pazienza: ad esempio, quando si ritirano le reti, bisogna evitare di farle strappare, un inconveniente che può capitare a maggior ragione se si usa il “salpa rete”, un congegno che è stato creato apposta per ridurre la fatica manuale, ma che comporta il facile danno del tessuto reticolare. Un attrezzo insostituibile in un peschereccio, invece, è il verricello, che serve per riavvolgere il grosso cavo d’acciaio che sostiene la rete: questo strumento semplifica di molto il lavoro. Nemmeno il fine settimana è tranquillo per il pescatore: bisogna controllare se gli strumenti del mestiere sono tutti integri o ci sono i rammendi da fare. Per l’“Ottavio padre” e il “Gamal II”, chi si occupa di questo delicato lavoro da certosino, è Leonardo De Bari Pantaleo , detto Leo il Barese, che mi mostra tutti gli attrezzi adeguati per quest’attività: forbici, filo di nylon, “linguetta” in cui tenere avvolto il filo, e una vista acuta per individuare gli strappi. Anche se tutte le tecniche di pesca si sono ormai modernizzate, il rammendo della rete è l’unico lavoro che, ad eccezione del materiale (prima le reti erano fatte in canapa), si svolge come avveniva in passato: continua a essere fatto a mano e ripete il gesto di riparare la parte danneggiata. Il significato di questo lavoro di riparazione, che è quello di recuperare il materiale rotto, dovrebbe essere riscoperto e assunto come valore per tutto il settore ittico, il quale, troppo spesso per seguire le leggi di mercato, opera una selezione del pescato in base ai criteri del gusto comune e scarta gran parte della “merce” meno quotata, pesci di piccola taglia o di qualità meno apprezzate. Secondo il senso di recupero che, fin dal semplice gesto della riparazione delle reti, è alla base del lavoro piscatorio, invece, una tale selezione sarebbe inammissibile. Purtoppo, la maggior parte dei pescherecci opera secondo questo criterio e separa il prodotto vendibile dal resto. “Noi, invece, diamo ai nostri rivenditori tutto il pescato” afferma orgoglioso Luigi Sabatino, lasciando intendere che i suoi pescherecci rispettano il mare, senza sprechi. Cinquant’anni fa, rispettare il mare era il valore che guidava tutti i pescatori vastesi, i quali si affidavano ai cicli naturali di riproduzione dei pesci e usavano tecniche non aggressive nei confronti dell’ecosistema marino. Se oggi la maggiore quantità di pescato è apportata nei mercati dal peschereccio, una volta erano le piccole barche a rifornire l’asta del pesce e il piccolo mercato cittadino. Uno degli ultimi rappresentanti di questo mondo dove la pesca era ancora una risorsa sostenibile è Giuseppe Malatesta, detto Peppe, oggi un arzillo novantenne che, godendosi il meritato riposo dopo una dura vita da pescatore, coltiva due passioni: le carte e il modellismo. Con molto ingegno e precisione, attualmente ha quasi terminato la riproduzione in miniatura di una “lampara”. Eh sì, perché Peppe, che, essendo figlio di un pescatore, è nato con un piede nell’acqua salata, ha avuto le sue prime esperienze in mare su quest’imbarcazione e, per lungo tempo ha continuato a utilizzarla.

 

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Successivamente, ha comprato la barca a motore e ha sperimentato anche le tecniche piscatorie più moderne. Si può davvero dire che la sua esperienza di vita costituisca un bel pezzo di storia della pesca, da quando era solo un’attività a conduzione familiare agli sviluppi più recenti. Data la sua saggezza e la sua dimestichezza nell’ambito marinaresco, non bisogna stupirsi se molti pescatori vastesi lo conoscano e lo rispettino, e, proprio come ha fatto Luigi Sabatino, identifichino in lui la persona più rappresentativa di tutta la categoria e la più adatta per raccontare l’antico mondo dei pescatori. Intervistandolo, non si può rimanere delusi: alla mia domanda di parlarmi dei metodi di pesca che si usavano una volta, lucidissimo, inizia a spiegarmi, con tanto di disegnino chiarificatore, la pesca con la lampara, le nasse, la cioccolare, la sciabica… “Con la lampara si usciva di notte, perché era più facile attirare il pesce azzurro: proprio per questo, una delle tre barche con le quali svolgevamo questo lavoro, era dotata di una grossa lampada per richiamare l’attenzione di queste specie che sono attratte dalla luce” racconta, e poi mi mostra un campione ridotto della rete usata per questo tipo di pesca: a maglia stretta e senza tinteggiatura, così da essere fosforescente e attirare i pesci. Nella realtà, questo tipo di rete aveva dimensioni molto grandi, tanto che per reggerla tutta era necessario l’intero equipaggio. “Vedi come funziona – mi dice pieno di entusiasmo srotolandomi la piccola lampara (vale a dire la rete, che è designata sempre con lo stesso nome con il quale si indica il relativo tipo di pesca) – nella parte superiore ha dei sugheri che servono come galleggianti e nella parte inferiore ha dei piombi che la fanno andare a fondo, altrimenti resterebbe sulla superficie del mare, appena si getta dalla barca”. In un solo gesto, l’anziano pescatore mi ha spiegato più chiaramente di una voce da dizionario il funzionamento di questo tipo di rete, che è anche quello che regola il sistema di tutte le reti da pesca antiche e moderne. Dopo avermi mostrato il modellino della lampara e quest’ultima dimostrazione pratica, “Peppe” mi ha definitivamente conquistata e non posso fare a meno di essere coinvolta dal suo entusiasmo. “Un’altra imbarcazione molto diffusa a Vasto era la paranza che aveva la caratteristica vela quadrata, sulla quale di solito ogni famiglia vastese dipingeva un suo segno distintivo; io però, non l’ho mai avuta, uscendo per mare sempre e solo con la lampara”. E con la lampara, il nostro pescatore, ne ha avute di avventure… Ricorda ancora, infatti, quando è arrivato fino al fiume Trigno, una distanza che “ci metti cinque minuti andando a motore, ma a remi [sistema di funzionamento della lampara] è tutta un’altra cosa…”. La notte di quella “traversata epica”, però, gli portò una pesca eccezionale, tanto che la barca per il troppo peso, affondava più del normale nell’acqua, e dovette ricorrere a dei compratori esterni per smaltire tutto il pescato. Nei periodi di riproduzione delle seppie, per lo più in primavera, Peppe, per catturare questi animali, usava il tradizionale sistema delle nasse, grosse trappole di vimini dalla struttura a imbuto, che ormai non sono quasi più impiegate, ma che prima si disponevano in mare in serie da dieci, a una distanza di 3-4 metri l’una dall’altra, con galleggianti di sughero che ne segnalavano la presenza. “Erano fatte in modo che la seppia poteva entrare, ma poi non riusciva più a uscire, perché era ostacolata dalle canne che erano disposte fitte fitte e la facevano rimanere imprigionata. La disposizione delle canne, però, non era d’ostacolo quando si schiudevano le uova dei piccoli che la seppia depositava nella nassa perché questi, appena nati, riuscivano a tranquillamente a passare la strettoia e a uscire in mare aperto”. Il sistema, perciò, scherza Peppe, “ti assicurava di mangiare la seppia non solo oggi, ma anche domani”. Al di là delle battute, il metodo della nassa è a impatto zero nei confronti dell’ecosistema marino e permette la riproduzione della specie, che è attirata nella trappola proprio da rametti di mirto a mazzetti, che, offrono un posto alle seppie femmine per depositare le uova e allo stesso tempo, per le bacche nere, simili alle uova, attirano i maschi che dovrebbero fecondarle. La pesca che si pratica oggi a livello industriale, invece, attinge alle risorse ittiche in maniera indiscriminata, senza preoccuparsi di usare tecniche meno invasive, o di stimolare la riproduzione, ad eccezione del fermo-pesca che è stato istituito dalla legge, ma che da solo non basta a sopperire al problema. Anche la struttura della cicculare, mi spiega l’anziano pescatore “com’era una volta, era fatta apposta per raccogliere solo i molluschi della giusta dimensione, dato che i buchi di questo rastrello erano grandi come 20 lire”. Le grandi navi vongolare di adesso, invece, risucchiano tutto il contenuto del fondale marino, sabbia, alghe e vongole nane comprese, distruggendo flora e fauna. “La sciabica, era invece il sistema di pesca più semplice e che richiedeva meno attrezzature, si praticava solo d’estate” dice Peppe. Come si svolgeva? Con l’aiuto di una piccola barca, la rete a strascico era gettata in mare, a piccole profondità, e poi era trainata dagli stessi pescatori che procedevano a ritroso. Proprio per la semplicità di questa tecnica è nata anche un’ espressione dialettale “ma va a tirà a sciaveca” per indicare qualcuno che non ha voglia di fare nulla. Bisogna immaginare tutte queste tecniche di pesca inserite in una cornice vastese completamente sconosciuta ai più giovani, che solo Peppe Malatesta e altri suoi coetanei o signori più anziani ricordano: “Prima d’iniziare il nostro lavoro, tutti noi pescatori ci radunavamo al muro delle Lame, dove accorrevano anche i giovanotti che volevano essere presi a giornata. Dopo aver scelto la manodopera, scendevamo tutti insieme alla marina; qui ognuno aveva la sua postazione, che era scelta in base al sorteggio che si svolgeva ogni anno. Ciascuno possedeva anche una propria baracca, appena oltre la spiaggia, nella quale teneva tutti gli attrezzi per pescare e gli strumenti per la riparazione della rete”. L’anziano pescatore, non omette di raccontare un episodio che fa sorridere: “C’era un giovanotto che prendevo a giornata, il quale, anche se io dividevo il pescato tra tutto l’equipaggio, si ostinava a nascondere le seppie nella sua bottiglia dell’acqua, credendo così di farla franca e portale a casa senza che io me ne accorgessi; naturalmente non era così, ma ho sempre lasciato perdere, in fondo era solo un ragazzo”.

Nausica Strever

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