Con "L’infinita speranza di un ritorno". Un appuntamento intenso interrotto più volte da applausi a scena aperta. Per la prima volta in Abruzzo lo spettacolo, nella sua struttura circolare che parte dalla fine e a questa torna

Elisabetta Vergani ha chiuso i Giovedì Rossettiani

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Con L’infinita speranza di un ritorno si è conclusa l’ultima stagione dei Giovedì Rossettiani. Ma, volendo usare le parole consegnatici da Antonia Pozzi, la poetessa protagonista dell’ultimo spettacolo organizzato dal Centro Europeo di studi Rossettiani per questa undicesima edizione, la poesia “di cantare non può più finire” perché ha un compito sublime: “prendere tutto il dolore che ci spumeggia dentro e ci romba nell’anima e di placarlo”.

Un appuntamento intenso interrotto più volte da applausi a scena aperta. Per la prima volta in Abruzzo lo spettacolo, nella sua struttura circolare che parte dalla fine e a questa torna attraverso le lettere all’amata Nena, al professor Cervi, l’esperienza di insegnamento, le passeggiate in montagna, la disperazione e la gioia di una donna piena di vita, ha raccontato con eleganza e maestria i sentieri dell’anima.

Attraverso i diari, le lettere, le fotografie e gli oggetti della sua vita, Elisabetta Vergani ha offerto la possibilità di interrogarci sul mistero di un’esistenza vissuta ‘in riva alla vita’, in un allestimento teatrale denso e fedele, curato in ogni dettaglio. Elisabetta Vergani si è spesa negli anni sulle tracce della poetessa milanese con Per troppa vita che ho nel sangue (titolo anche di una dettagliata biografia a cura di Graziella Bernabò) e con lo spettacolo teatrale Radici profonde nel grembo di un monte.

Un’adesione innata quella di Antonia Pozzi alla poesia e una poesia che diventa tutt’uno con la vita. Antonia Pozzi e la sua poesia possono in una giornata soffrire e godere ciò che si può soffrire e godere in tutta un’esistenza, in una piena di sentimenti che si avvicina a grandi passi verso la fine. Il suicidio a soli 26 anni si insinua come redenzione dal dolore inflitto dalla vita anche se la morte non è nella poetessa milanese un avvenimento isolato, tantomeno un gesto estremo, definitivo. La morte si pone come eventualità in un rovesciamento in notturno che marca l’esclusione e apre le porte al sogno confondendo i piani.

Elisabetta Vergani è entrata sottovoce- ma con la credibilità di chi ha ricercato, ha visto e toccato con mano i luoghi, gli oggetti, i testimoni- nella straziante poesia di un’anima ‘svenata di sogni’ che sopravvive al tempo che passa forse perché è proprio vero quello che diceva Odisseas Elitis, che “la poesia comincia là dove la Morte non ha l’ultima parola”.

L’augurio non può che essere quello di ritrovare la poesia – che “di cantare non può più finire”- il prossimo anno con una nuova edizione dei Giovedì Rossettiani.

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